Springsteen live @ San Siro Milano 2013 – IL MIO RACCONTO

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Bruce che schitarra in mezzo ai fan in delirio

Partecipare ad un concerto di Springsteen è una esperienza difficile da dimenticare: ti segna la vita, talvolta riesce pure a cambiarla. Gli aggettivi dei fan si sprecano sempre: da “leggendario” a “mitico” passando per tutte le possibili declinazioni intermedie. E la più grande bravura di Springsteen probabilmente è proprio tutta qui: aver impedito alla straordinarietà dei suoi show di diventare abitudinaria ma, anzi, di averla trasformata in un rituale la cui liturgica ripetizione esaudisce la promessa della ricerca di una vita più felice.

Tornare ieri a San Siro per il Boss aveva per un me un sapore particolare, doppiamente particolare: dolce di speranza perché i miei pensieri volavano a mia moglie e al piccolo tesoro che custodisce in grembo; gonfio di amarezza perché il mio cuore ricordava che mentre lo scorso anno Bruce suonava qui a Milano la mia vita veniva stravolta e svuotata da una perdita inconcepibile. Tornare ieri a San Siro per il Boss era un po’ come chiudere il cerchio, come dire alla vita “OK, mi avevi messo al tappeto, ma ora mi sono rialzato e sono qui, vediamo se riesci a mettermi di nuovo KO”. Di tutti i valori cardine della poetica springsteeniana, l’incrollabile fiducia nella SPERANZA è quello che più di ogni altro animava le mie emozioni, quel valore che ieri volevo disperatamente cercare di fare nuovamente mio.

Ma la mia tenuta emotiva è stata minata dal Boss fin dall’inizio, quando il mio cuore – ancor prima delle mie orecchie – ha riconosciuto le note del pezzo con cui ha iniziato il concerto: “Land of Hope and Dreams“. Questo brano ha un significato particolare per me, specialissimo: è il racconto di un viaggio triste ma felice; è metafora della morte e della vita al contempo; è un abbraccio a chi vogliamo bene. Eseguirla come brano d’apertura è stato un regalo di Bruce – che non lo suona quasi mai all’inizio – e del mio piccolo angelo. Una carezza, un alito di vento che ha rinfrescato il mio cuore. Per me il concerto sarebbe pure potuto finire lì: ma ancora ignoravo che c’erano ancora oltre 3 ore di musica ad aspettarmi…

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La coreografia dedicata a Bruce dai fan: “Our Love Is Real”

Il concerto è proseguito con perfetto mix tra classici del passato (Out in the street) e nuovi cavalli di battaglia (American Land), tra tiratone rock  per infiammare il pubblico già in visibilio (My love will not let you down) a struggenti canzoni d’amore per farlo piangere e ridere (Loose  Ends). Poi è arrivato un altro pugno nello stomaco, un piacevolissimo pugno… “Wrecking Ball” (la title track dell’ultimo disco) e quando il Nostro intonava “hard times comes, hard times go, hard times comes, hard times go…) ho avuto la matematica certezza che Bruce si stesse rivolgendo a me: “ehi tu lassù nel secondo anello… si proprio tu con la maglietta celeste cimelio del concerto del 2003, dico a te: non ti è bastata la canzone d’apertura? allora beccati pure questa…

Poi è arrivata “Atlantic City“: il pezzo è favoloso e nella versione live con il contributo di tutta la E Street Band ha una potenza sonora ed emotiva ineguagliabile. “Everything dies, baby, that’s a fact, but maybe evrything that dies someday comes back“, canta Springsteen. Nell’ultimo anno ho spesso creduto che Bruce si sbaglia, che quando qualcosa muore non c’è più e non si può tornare indietro, punto e basta. Ma la serata di ieri mi ha insegnato che a sbagliare ero io, perchè tutto quel che crediamo di aver perso per sempre ha semplicemente cambiato forma, mutato colore, acquisito un nuovo odore: sta a noi ritrovarlo, recuperarlo, riportarlo da noi. Perchè talvolta tornare indietro è anche un po’ come andare avanti.

A questo punto ero vicino al KO tecnico, ci voleva una scarica elettrica per rivitalizzarmi e puntualmente è arrivata. Dopo l’esecuzione di The River (qui meno epica del solito ma più riflessiva) Bruce ha annunciato l’esecuzione per intero dell’album “Born in the USA“: sembrava il camerlengo che annuncia il nuovo Papa e il pubblico è come lievitato per l’entusiasmo.

Adoro quei secondi che intercorrono tra un brano e l’altro, la speranza di sentire quel pezzo lì, quello tanto desiderato o quello mai ascoltato dal vivo, ed anche se il brano è un altro non c’è mai delusione che regga la gioia non appena riconosci la canzone e cominci a saltare e cantare; è quindi per questo che non ho mai amato la pratica – spesso ripetuta negli ultimi tour – di suonare per intero uno dei suoi album migliori. Ieri però mi sono dovuto ricredere: quando Roy Bittan ha intonato le prime note di BITUSA il delirio è stato completo, ed i brani che si sono succeduti non hanno fatto altro che incrementarlo e incrementarlo. Arrivati a Dancing in the Dark lo stadio tutto stava per esplodere e solo una composta e delicatissima My Hometown ha scongiurato il peggio.

Jake+Clemons+Bruce+Springsteen+2013 milano san siro
Bruce duetta col nipote di Big Man, Jake Clemons

A questo punto dello show ero tornato in me, rinvigorito. Il caleidoscopio di emozioni esperite in oltre due ore di musica mi aveva portato esattamente dove volevo e speravo di essere: in alto, leggiadro e contento. E prepotente in me è tornata una convinzione: non esiste stato d’animo che un concerto del Boss non possa migliorare. Sulle note di Bobby Jean la mia serata è finalmente andata in discesa: l’assolo di sax di Jake Clemons (non più semplice surrogato dello zio Big Man Clarence Clemons, ma suo degno sostituto) mi ha restituito la serenità tanto cercata, tanto desiderata ma troppo spesso distante.

Dopo 22 canzoni e oltre due ore di musica, qualunque cantante avrebbe salutato tutti e sarebbe andato a cena, ma non il Boss. Ha ripreso più carico che mai urlando la sua rabbia in Badlands, alimentando la nostra speranza con The Rising ma sempre misurandola con la cruda realtà di Death in my Hometown. Si è poi offerto al suo pubblico stringendo mani, tuffandosi tra la gente, offrendo la sua chitarra a una incredula ragazza, invitando a ballare le sue fan e facendo pure cantare una preparatissima bambina sulle note di Waiting on a sunny day. Questo suo spendersi tra il pubblico e per il pubblico è un refrain dei suoi show e pur essendo diventata una consuetudine ha mantenuto la spontaneità che solo i gesti d’affetto sanno avere.

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Io in estasi… con addosso la maglia dell’epico concerto del 2003, sempre a San Siro

Quando arriva il turno di Born to run inizio sempre a rattristarmi perchè capisco che siamo agli sgoccioli. Mi sento come un bambino la sera del 25 dicembre: estasiato per la festa ed i regali, esausto e triste perchè è ora di andare a dormire. Inizio invariabilmente a pensare alla calca per uscire dallo stadio, alle colonne di automobili ferme negli ingorghi, alla lotta contro il sonno durante il viaggio per il ritorno a casa. Alla vita quotidiana, insomma. Ed è allora che desidero ribellarmi e fuggire da tutto questo: sono in Paradiso e voglio restarci, cazzo. Ditemi una sola ragione per cui un concerto del Boss dovrebbe finire. Su, provate a pensarci, dai. Ci state ancora riflettendo? Non trovate una risposta? Allora vi risparmio tempo e ve la do io: non esiste. I concerti di Springsteen dovrebbero essere infiniti, proseguire senza soluzione di continuità, con ovviamente ME come spettatore.

Il conto alla rovescia verso la fine è stato scandito da due cover (Twist and shout e Shout Bamalama) e quando tutto sembrava finito, quando la band aveva salutato scomparendo dietro il palco, ecco la sorpresa, quella chicca che non ti aspettavi ma che in fondo ci speravi… Bruce imbraccia la chitarra acustica e torna sul palco. “One more”, solo un’altra, mormora fradicio di sudore. E così ci ha salutato con Thunder Road, l’ultimo bacio romantico dopo un’infuocata notte d’amore.

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Il mio striscione con la request: “Backstreets” (grazie a Ste e Mauro per la foto)

Dopo un inchino al Suo Pubblico se ne è andato anche lui, Bruce. Ho guardato l’orologio: 23.40. Ho fatto quindi un rapido calcolo e sono rimasto basito quando ho realizzato che il Boss ha cantato e suonato per tre ore e mezza di fila, senza pause e senza mai risparmiarsi. Mi viene naturale concludere che Springsteen sia il Superman dei rocker: lo è non solo per la straordinaria tenuta fisica sul palco, ma anche (e forse soprattutto) per la sua incrollabile fiducia che a forza di cercare qualcosa di positivo nelle cose, alla fine si corre il rischio di trovarlo davvero, sempre.

Fortunatamente non c’era più traccia della malinconia che mi aveva assalito durante Born To Run: l’estasi e la gioia hanno infine avuto il sopravvento. E mentre guardavo gli operai già affaccendarsi per pulire e smontare il palco ho capito come si sente la mia macchina quando finalmente le faccio il pieno dopo averla fatta camminare troppo a lungo con la spia della riserva accesa rischiando di rimanere senza benzina… Il pensiero è volato al mio angelo, al mio tesoro, alla mia famiglia, ai miei amici; a chi è ancora qui con me e a chi mi è stato strappato. Ma in quel momento le distanze mi sono sembrate più sottili: i chilometri sono diventati millimetri, gli universi sono diventati più vicini e la distanza tra cielo e terra si è come annullata. Mi sono sentito parte di qualcosa di più grande e di più bello e mi sono sentito pronto ad affrontare qualsiasi cosa. Pronto, si, pronto. Almeno fino al prossimo concerto del Boss…

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17 pensieri su “Springsteen live @ San Siro Milano 2013 – IL MIO RACCONTO

  1. voglio confessarti una cosa: ho visto quello striscione, il tuo, su Backstreets, e ho ho pensato che avrei voluto scriverlo io e sono tornato indietro nel tempo e a quanto era stata importante per e quella canzone
    che dire?
    blood brothers
    come ho scritto nel mio post

    so long buddy

    1. grazie per il pensiero… su backstreets che dire… tutti ci siamo sentiti almeno una volta come il ragazzo nell’auto che sogna di camminare come gli eroi… forse non ci riusciremo mai, ma Bruce ci aiuta a digerire gli insuccessi così come le vittorie…

      stay hard stay hungry stay alive!

  2. Sono felicissimo per te e per l’ esperienza di padre che ti attende. Faccio i miei migliori auguri a te e a tua moglie.
    Il tuo racconto del concerto é stato molto coinvolgente. Generalmente non amo i “racconti degli eventi”, perché di solito leggendoli finisci per roderti il fegato e per dirti “Cosa mi sono perso…” In questo caso però non c’é stata alcuna amarezza, perché l’ entusiasmo con cui hai scritto il post é così vivido che ti sembra di essere stato lì, che un pizzico di quella magia sia arrivata anche a te.
    La mia esperienza con i concerti é molto limitata: ne ho visti 3 in tutta la mia vita, tutti e 3 di Franco Battiato. Gli piace farli in mezzo ai prati, e questo talvolta causa degli inconvenienti non da poco.
    Ad esempio, al primo dei 3 concerti aveva piovuto a dirotto dalla mattina fino a un’ ora prima dell’ inizio, e quindi per raggiungere il mio posto a sedere dovetti avanzare nel fango che mi arrivava fino alle caviglie.
    Tuttavia, fare i concerti in un contesto agreste ha anche dei lati positivi: ad esempio, al secondo e al terzo concerto eravamo in piena Primavera, e quindi l’ aria era carica di tutti gli odori naturali della terra, sembrava di essere nel giardino dell’ Eden.
    Al primo concerto Battiato fece un’ entrata in scena spettacolare: arrivò in macchina, fece fermare l’ autista a poca distanza dagli ultimi posti a sedere e poi percorse a piedi il tragitto da lì al palco. Anche lui si sarà riempito le scarpe di fango, ora che ci penso.
    Il pubblico fu molto disciplinato: invece di sporgersi in avanti per toccarlo, si alzò in piedi e lo applaudì a scena aperta. Lo facemmo perché avevamo capito il senso profondo di quella scelta: Battiato voleva esprimere vicinanza al suo pubblico non con un sorriso finto, non con un ringraziamento stereotipato, ma con il gesto simbolico di camminare in mezzo a noi. Ci commosse senza bisogno di dire una parola.
    Il terzo concerto fu il più bello in assoluto, perché lui nell’ ultima mezz’ora ci chiamò tutti sotto il palco e fece canzoni a richiesta finché non gli andò via la voce.
    Quella sera stessa capii che non l’ avrei più visto in concerto, perché era meglio chiudere così, avevo già toccato l’ apice. E tu? Tornerai ad un concerto del Boss, magari con tuo/a figlio/a?

    1. In realtà sono già padre, un papà “speciale”, perchè purtroppo un anno fa la nostra prima bambina si è addormentata nella pancia senza più svegliarsi, lasciando me e mia moglie con un dolore e un vuoto probabilmente incolmabili. E’ per questo che tornare a vedere il Boss aveva per me un sapore così particolare… per il dolore del recente passato e per le speranza (unite alle paure) per l’immediato futuro…
      I concerti di Bruce sono un balsamo tonificante… speriamo che duri….

      Mi chiedi se tornerò a vedere un altro suo concerto? SICURO. Anche perchè ho già i biglietti per lo show di Roma il prossimo luglio… Ne ho fatti già 7 di concerti del boss, dal 99 a oggi, e tutti sono stati a loro modo indimenticabili, speciali, belli. Sarà perchè le sue scalette sono sempre molto diverse, sarà perchè la sua energia è veramente contagiosa, sarà perchè il suo carisma è indubbiamente unico nel panorama musicale.
      Ogni volta che ho trascinato un mio amico – anche quelli che non amavano particolarmente la musica del Boss – ad un suo concerto sono rimasti sempre tutti folgorati. E la maggior parte mi ha pure aspramente rimproverato perchè non li avevo convinti prima ad andarlo a vedere…

      Non ho mai visto Battiato dal vivo, ma mi piace saperlo così “friendly” con il suo pubblico. Ho sempre considerato come fondamentale per un artista sapersi considerare parte del suo pubblico e non deus ex machina da venerare. Se Battiato tornerà a suonare nella mia città (manca da almeno 10 anni) penso proprio di farci un pensierino…

      1. Sì, un concerto di Battiato é senza dubbio un’ esperienza da fare, soprattutto se dalle tue parti capita così raramente.
        Non sapevo che tu avessi alle spalle un’ esperienza così traumatica: ti ho sempre conosciuto come una persona allegra, solare e di grande umorismo, e sapere che hai conservato questa gioia di vivere anche dopo un simile dolore mi ha molto impressionato in positivo.
        A questo punto immagino con quanta ansia voi stiate vivendo questa seconda occasione che vi é stata data. Spero davvero che stavolta vada tutto per il verso giusto. A presto! : )

      2. Grazie per le belle parole e per gli auguri, wwayne. Non saprei spiegarti a parole quanto, in questo periodo, mi faccia piacere sentire l’affetto delle persone!
        Ti assicuro che l’ultimo anno è stato durissimo, per i motivi che puoi facilmente indovinare, però sono sempre stato fermamente convinto che le esperienze che ci capitano nella vita – siano esse positive o negative – devono sempre spingerci a migliorare e crescere. Non è facile, purtroppo. Ma una delle tante cose che mi ha insegnato la musica di Springsteen è proprio questa: alla fine non importa se si è raggiunto l’obiettivo prefissato (completamente, per niente o in parte), ciò che importa è aver dato tutto se stessi!
        Ciao e grazie ancora per i tuoi commenti, sempre gentili ed intelligenti.

  3. Due frasi su tutte sono perfettamente chiare su cosa è stato Bruce a San Siro:

    “Bruce ha annunciato l’esecuzione per intero dell’album “Born in the USA“: sembrava il camerlengo che annuncia il nuovo Papa.”

    “E così ci ha salutato con Thunder Road, l’ultimo bacio romantico dopo un’infuocata notte d’amore.”

    E’ stato incredibile.

    All’amico che raccontava di Battiato:
    io l’ho visto al Teatro Massimo di Catania… e non mi ha entusiasmato. Sono uscito con la sensazione che 50 euro erano tanti e quindi dovevo farmelo piacere. Era il tour di Fleurs3 se non erro, con canzoni da pistola nelle palle.

    L’ho rivisto qualche anno dopo a Biancavilla (CT), a gratis. E non era un tour: ha fatto “semplicemente” 30 superhits. E le ha cantate come dio (leggi Bruce) comanda, davvero notevole.
    Lo colloco al quarto posto nella mia topfive dei concerti, dopo ovviamente Bruce, gli Oasis al Datchforum nel 2009, e i Litfiba ad Acireale nel 2010.

    1. Ciao Darkoo,
      grazie per il commento. Effettivamente è stato favoloso. Io c’ero anche nel 2003, nell’epico concerto sotto il diluvio: fu fantastico quello ed è stato fantastico questo, entrambi in modo diverso, entrambi in modo coinvolgente e purificatore.

      Degli altri artisti che citi, dal vivo ho visto solo i Litfiba (nel lontano 97, c’era ancora Piero Pelù): bel concerto, ma francamente niente di memorabile, poi magari quando li hai visti tu erano in formissima ed è stato veramente bello, ovviamente.

      Credo che la differenza tra i live del Boss e di molti altri artisti sia (se mi passi il parallelismo calcistico) come quei giocatori che imbroccano una partita ogni tanto (Mexes) e quelli che invece giocano da paura tutto l’anno per tanti anni (tipo Baresi o Madini).

    2. Proprio 2 giorni fa ho parlato con una ragazza siciliana dei concerti di Battiato a cui ho assistito. Mi ha detto che anche lei lo ha visto più volte in concerto, e che il gesto di chiamare i fan sotto il palco alla fine per le canzoni a richiesta é abituale per lui.
      Il prato come location invece dev’ essere un’ esclusiva dei suoi concerti toscani, perché lei mi ha detto che Battiato quando suona in Sicilia sceglie dei posti ancora più suggestivi, come un tempio o una piazza a ridosso del mare.
      I templi greci della Sicilia sono luoghi di interesse storico – artistico, quindi mi ha stupito sapere che gli hanno dato l’ autorizzazione per farci un concerto. Evidentemente sanno che il suo é un pubblico colto, disciplinato e che quindi non va certo ai concerti per sfasciare tutto ciò che gli capita a tiro.
      Un altro dettaglio dei concerti di Battiato che ha impressionato sia me che questa ragazza é proprio l’ eterogeneità del pubblico: i giovani e giovanissimi non snobbano affatto Battiato, anzi sono i primi a tirar fuori l’ ultimo modello di cellulare per scattargli una foto o girare un video. E lui si presta volentieri: una volta una fan gli ha fatto cenno di abbassare la testa perché non riusciva a fargli una foto a figura intera, e lui ha prontamente obbedito! Davvero un personaggio.

  4. Meraviglia delle meraviglie: io non so dove quell’uomo trovi quella forza ed energia che sprizza senza lesinare sino alla fine. Lo ricorderò nel momento in cui, a concerto già chiuso, mentre usciva dietro al palco nel corridoio laterale, si è girato e con l’asciugamano o qualcos’altro lo sventolava salutandoci ancora una volta.

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