Io e Bruce #2: prisoners of love

Venne l’estate e con lei pure le vacanze: tre mesi lontano dai banchi di scuola, tre mesi da poter dedicare esclusivamente a se stessi. Quando siamo ragazzi non apprezziamo fino in fondo questo periodo ma lo comprendiamo solo da adulti, quando lavoro famiglia e responsabilità ci inchiodano ogni giorno alla dura realtà. E la mia estate del 1995 fu favolosa, forse la più bella della mia vita: l’unico pensiero era uscire e giocare a pallone con gli amici ma quando restavo a casa ascoltavo di continuo il Greatest-Hits 75-95, intervallandolo di tanto in tanto con Human Touch.

Poi venne luglio e per il mio compleanno ricevetti due graditissimi regali: un libro di Massimo Cotto (quello che ora lavora su Virgin Radio) con i testi e le traduzioni di tutte le canzoni di Springsteen e, soprattutto, il mio secondo album originale del Boss:  Darkness On the Edge of Town.

Darkness on the edge of town In un sol colpo scoprii due meraviglie: che le canzoni di Bruce erano autentiche poesie e che Darkness on the Edge of Town era il disco più bello che avessi mai ascoltato. Il ruvido assolo con cui inizia Adam Raised a Cain, il riff di Prove It All Night, la melodia rabbiosa della title-track, l’armonica di The Promised Land, la malinconia di Racing in the Street. Come ho scritto nella mia analisi poetica di Darkness (qui l’articolo) considero ancor oggi questo album il migliore in assoluto di Springsteen: c’è la disperazione, ma mai la rassegnazione; c’è la speranza, ma mai l’illusione; c’è la fede, ma mai la cecità; c’è l’amore, ma sempre con un prezzo da pagare. Ogni nota e ogni verso trasudano vita come nessun altro disco che abbia ascoltato.

Nel frattempo la mia Springsteen-Mania aveva contagiato anche Mauro (il compagno di scuola che mi aveva prestato Human Touch) così a settembre, quando ci ritrovammo tra i banchi di scuola, mi prestò due nuovi dischi: Born To Run e The River che duplicai su audiocassette al cromo e ascoltai furiosamente per settimane. Credo fu allora che la mia springsteen-dipendenza divenne totale. Ricordo ancora l’effetto che mi fece il primo ascolto di Jungleland: NIRVANA. Quell’assolo di sax è una delle cose più belle mai incise in un disco di musica rock. E poi BackstreetsShe’s the OneNightThunder RoadBorn to run… Può un disco avere così tante gemme???? E poi c’era The River, dove pezzi allegri ed orecchiabili come Out in the street  si alternavano mirabilmente con ballate struggenti come Drive all night  Point Blank.

Quando arrivò Natale decisi di festeggiare il primo anniversario della conversione alla musica di Springsteen acquistando il cofanetto con triplo CD “Bruce Springsteen and The E Street Band – Live 75/85“. Lo pagai sessantottomilalire: il completo salasso per uno squattrinato liceale. Ma poco mi importava dei soldi. In quei tre cd, già lo sapevo, c’era la salvezza, il riscatto e la gioia per la mia anima. Erano soldi spesi bene.

Ladies and gentlemen, Bruce Springsteen and The E Street Band!!!!

Bruce Springsteen and The E Street Band Live 75-85 Inizia così Live 75-85 del Boss. Poi parte il pianoforte e le prime note di Thunder Road ti sgretolano il cuore. Mi ricordo che spesso lo ascoltavo con gli occhi chiusi, disteso sul letto, cercando di immaginarmi in mezzo alla folla durante un suo concerto, con la musica a volume così alto da trapanarti le orecchie, con la gente che spinge urla e canta a squarciagola. E ci riuscivo. C’erano dei momenti in cui mi pareva di vivere negli anni 70 attorniato da ragazzi e ragazze coi pantaloni a zampa di elefante che saltavano sulle note di Badlands o piangevano su quelle di The River. Oppure di essere tornato agli anni 80, con i jeans sdruciti e le T-shirt con le maniche arrotolate, levando i pugni in cielo per urlare “Boooorrrrnindeiuesssseeeeeeeiiiii”. 

Spesso piangevo. Talvolta per la gioia e le emozioni che mi trasmetteva la musica di Springsteen. Ma altre volte perchè temevo che non avrei mai potuto partecipare ad un suo concerto. Ne ero convinto e la cosa mi struggeva talmente tanto che se ora potessi parlare con il mio “io adolescente” gli direi solo due cose: “Stai tranquillo: troverai una ragazza che ti ama e riuscirai a vedere Springsteen dal vivo“.

A febbraio del 1996 Bruce pubblicò un nuovo album acustico, il secondo dopo Nebraska: “The Ghost Of Tom Joad“. E’ tremendamente difficile far digerire ad un ragazzo di 16 anni una musica così grezza e spartana, delle melodie così acerbe e delle liriche così complicate. Eppure quel disco mi piacque. Certo, non tanto quanto Born to run o Darkness, ma mi piacque. Adoravo Youngstown ma anche Across the border e The new timer. Bruce andò pure al Festival di Sanremo per promuovere il disco: eseguì Tom Joad sul palco dell’Ariston, introdotto addirittura da Pippo Baudo. Dovrei ancora avere da qualche parte la VHS che registrai quella sera. Fu una apparizione breve, appena 5 minuti, ma a me sembrarono una eternità.

Seguì un tour acustico, nei teatri. I prezzi erano improponibili per chiunque, figuriamoci per un ragazzo che prendeva diecimilalire di paghetta settimanale… Ovviamente non potei andare e la triste convinzione che non sarei mai riuscito a partecipare ad un concerto di Springsteen si radicò ancora di più.

Tunnel Of Love Comunque mi consolai con nuove scoperte recuperando gli  album del Boss che mi mancavano: “Greetings for Asbury Park“, “Lucky Town“,  “The wild, the innocent and the E Street Shuffle“, “Tunnel Of Love“, “Nebraska” e lo strafamoso “Born in the USA“. Li duplicai da amici e conoscenti, quindi ce li avevo solo in cassetta (all’epoca i masterizzatori non esistevano…). Ma come le mie finanze lo permettevano, correvo a comprare il CD originale. Piano piano li acquistai tutti, tutti tranne Tunnel of love, l’unico disco del Boss che non ho mai digerito: lo trovo melenso e stucchevole, una brutta scatola di plastica senza niente dentro.

In quegli anni la mia springsteen-mania divenne proverbiale anche tra i miei amici. Nessuno mi criticava, ma in molti mi guardavano con una certa supponenza: Bruce era uno vecchio, degli anni 70. Ma soprattutto era un bravo ragazzo, niente a che spartire con personaggi più tormentati e spericolati come Jim Morrison o Mick Jagger. L’adolescenza si nutre di eccessi e quindi il Boss non affascinava nessuno della mia età. Tuttavia c’era qualcuno che, timidamente, mi chiedeva una compilation. All’epoca non esistevano le playlist, quindi prendevi una cassetta e ci copiavi dentro più che canzoni che potevi. Quanti ragazzi cercavano di conquistare la fiamma del momento con una compilation strappa lacrime… Io ero onorato delle richieste, ma mi trovavo sempre in estrema difficoltà: come potevo raccogliere in 60 minuti tutta la bellezza della musica di Springsteen? Faccio fatica ancora oggi, che un CD contiene 100 canzoni in MP3, figuratevi allora che in una cassetta ce ne entravano 10 a malapena…

Di quegli anni, gli ultimi anni di liceo, ricordo perfettamente due cose: la divorante inquietudine tipica dell’adolescenza e l’ascolto maniacale della musica di Springsteen. Sono sempre stato convinto che la musica del Boss mi abbia formato, forgiato come uno stampo. E se oggi sono l’uomo che sono è anche per merito di quelle canzoni.

Vai all’indice

Io e Bruce: a love story

Annunci

2 pensieri su “Io e Bruce #2: prisoners of love

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...