Io e Bruce #4: let it rain, let it rain, let it rain…

Il 2001 fu l’anno dell’attentato alle Torri Gemelle di New York. A pochi chilometri dal Madison Square Garden, dove Bruce aveva incantato con gli ultimi concerti del Reunion Tour, gli Stati Uniti e con loro tutto l’Occidente furono straziati e travolti da una violenza cieca e incomprensibile. Appresi la notizia dell’attentato intorno alle 16 dell’11 settembre: ero in macchina con la mia ragazza, stavamo accompagnando un’amica a prendere il treno e stranamente ascoltavo la radio invece della solita cassetta di Springsteen: fu così che venimmo a sapere della tragedia.

Springsteen, da sempre cantore ed interprete delle emozioni nazional-popolari USA, non poteva ignorare il grido di dolore sollevatosi in tutto il paese l’indomani dello schianto. Addirittura la leggenda narra che un suo compaesano di Freehold, incrociandolo alla pompa di benzina, gli urlò dietro: “Bruce, abbiamo bisogno di te…“. Il Boss, ovviamente, non si tirò indietro.

The Rising Per la prima volta dopo quasi 20 anni tornò nello studio di registrazione insieme alla E Street Band e incise un nuovo album: The Rising. Su wikipedia è riportata una data di uscita ufficiale, 30 luglio 2002, ma vi assicuro che è sbagliata. Ne sono così sicuro perchè la mia ragazza mi fece una sorpresa il giorno del mio compleanno – il 27 luglio – e si presentò a casa mia di prima mattina con il CD di The Rising impacchettato: CHE DONNA STRAORDINARIA.

Le prime note, quelle di Lonesome day, mi diedero le stesse sensazioni che tanti anni prima mi aveva regalato l’intro di Badlands: potenza, rabbia, voglia di riscatto. E poi il gospel di Into the fire, la freschezza di Waitin’ on a sunny day, la potenza di Worlds apart e The Rising, la preghiera di My city of ruins. Un disco me-ra-vi-glio-so. “Il Boss è tornato“, pensai dopo aver finito il primo ascolto.

In autunno partì il The Rising Tour. Inizialmente nei palasport e poi, l’anno successivo, negli stadi. Dopo aver visto Springsteen e gli E Streetters all’opera nel chiuso di un palazzetto, cercavo qualcosa di più forte, di più emozionante, di più travolgente. E la notizia che Bruce esattamente dopo 18 anni sarebbe tornato ad esibirsi a San Siro sembrava fosse stata battuta apposta per me.

Tre anni sono pochi nella vita di un uomo. Tre anni sono un’inezia nel flusso infinito del tempo. Ma in tre anni tante cose possono cambiare e una parola che nel 1999 non aveva alcun significato, nel dicembre del 2002 rappresentò invece la mia salvezza: ticketone. Acquistare i biglietti per il concerto di San Siro fu quindi molto più facile rispetto alle tribolazioni patite per il mio primo concerto del Boss.

Una delle cose più divertenti e belle dei concerti di Springsteen è l’arcobaleno di personaggi che puoi incontrare. C’è il ragazzino con il cilum nascosto in fondo allo zaino e il sessantenne con la maglietta sbiadita del concerto del 1985; c’è la coppia di innamorati che si tiene sempre per mano e la combriccola di amici che ride sguaiatamente per ogni cosa; c’è il padre col figlio piccolo e il figlio col babbo vecchio; ci sono le ragazze in formato cheerleaders e le signore di mezza età; ci sono quelli che sembrano usciti da una sfilata chopper e quelli con la camicia inamidata e infilata nei pantaloni. Tutti, comunque, sono blood brothers accomunati dall’amore per la musica del Boss.  E nel pullman che partì da Macerata (stavolta  niente peregrinazioni per lo stivale…) c’erano tutti questi tipi di personaggi.

Di mattina presto il sole già scottava e l’asfalto sembrava sciogliersi sotto le ruote. L’autostrada A14 sembrava in fiamme, per usare una metafora tanto cara al nostro. Il cielo era terso, neanche una nuvola; arrivammo a Milano verso le 16 ed il caldo era asfissiante:  nessuno avrebbe mai creduto che in capo a poche ore avremmo assistito al Secondo Diluvio Universale, nemmeno quando intorno alle 17 la prima nuvoletta fece capolino sopra di noi. Io e i miei amici eravamo già entrati nello stadio ed avevamo preso posto sul prato a una trentina di metri dal palco.

san siro 2003 springsteen

Pochi minuti dopo le 20 i membri della E Street Band salirono sul palco sulle note di “C’era una volta in America“. Poi fu la volta di Bruce: quella sera più che il Boss sembrava proprio il Re… Quando avvicinò l’armonica alla bocca e intonò le prime note di The promised land lo stadio venne giù. Dico sul serio: per un attimo ebbi il terrore che crollasse tutto, lo giuro. I primi 20 minuti di concerto furono devastanti: tutti brani rockeggianti senza soluzione di continuità e noi a saltare cantare e ballare come ossessi. La morbidezza di Empty sky ci aiutò a riprendere fiato, peccato che quel titolo – cielo vuoto – fosse l’esatto contrario di quel che stava accadendo.

Alzai gli occhi e scrutai su, oltre la copertura di San Siro, ma benchè fosse ancora giorno dell’azzurro del cielo non c’era più traccia: nuvoloni neri come il petrolio stazionavano sopra di noi, squarciati di tanto in tanto dai biechi disegni lasciati dai fulmini. Sembrava il cielo de “La guerra dei mondi“, il film con Tom Cruise. E quando Bruce e la E Street Band attaccarono The river, il fiume venne veramente… nel senso che una cascata d’acqua si riversò sopra di noi. Enormi gocce d’acqua fredde e pesanti caddero a ritmo sempre più insistente. Vi assicuro che in tutta la mia vita non ho mai visto piovere con quella potenza e con quella intensità. Fortunatamente non c’era grandine, ma quando quelle gocce ti colpivano la testa o le braccia facevano male, male sul serio!

Bruce le tentò tutte per scongiurare la pioggia: prima intonò Waitin’ on a sunny day, ma senza alcun risultato. Allora provò con il più classico dei classici, Who’ll stop the rain: ma evidentemente a Giove Pluvio non piacciono i Creedence Clearwater Revival… perchè l’intensità della pioggia aumentò ancora. Fu a quel punto che Bruce si arrese: infilò un cappello da cowboy tirato dal pubblico e scese nella passerella a prendere acqua insieme a noi. Fu il delirio.

Let-It-Rain-Springsteen

Le note di Growin’up squarciarono la notte di Milano e tutto fu perfetto.

Un po’ di gente aveva cercato di ripararsi ai lati del campo, ma quasi tutti rimanemmo in mezzo, sotto l’acqua. Si faticava a cantare, perchè come aprivi la bocca ti si riempiva d’acqua… si faticava a saltare perchè i vestiti bagnati erano tutti appesantiti… si faticava a restare  in piedi perchè il terreno era diventato scivoloso. Eppure tutto fu meraviglioso.

Non so se qualcuno di voi abbia mai avuto l’impressione di far parte della STORIA, di essere partecipe di qualcosa di memorabile non solo per se stessi o per i presenti ma per il mondo intero. Ecco, io quella sera scoprii quella sensazione così bella ma anche così spaventosa, come se il destino di tutta l’umanità poggiasse sulla mia forza e sulla mia resistenza, sulla mia capacità di continuare a saltare e saltare e saltare, nonostante l’acqua, nonostante le gambe pesanti, nonostante la stanchezza. Per un breve attimo fui certo di essere come Napoleone o come Carlo Magno: un gigante della Storia.

Anni dopo lessi un’intervista di Bruce a Vanity Fair dove ricordava quel concerto: confessò che aveva temuto di dover interrompere lo show, non solo per la pioggia ma soprattutto perchè su Milano era in atto una vera e propria tempesta di fulmini. Tuttavia, vedendo che nessuno del pubblico si spostava, che nessuno mollava anche solo un millimetro e, anzi, saltava e ballava con ancora più entusiasmo, si convinse a continuare e a unirsi a noi. Quella sera ripeté più volte una frase: “Italiani pazzi… molto pazzi“. Come dargli torto?

La pioggia battente insistette su di noi per quasi tutto il concerto. Ma le avversità atmosferiche non rovinarono minimamente l’evento. Piuttosto aggiunsero un sapore mistico e leggendario che mi pervade anche adesso mentre scrivo. Sono passati 10 anni esatti, ma ho ancora i brividi dietro la schiena se ripenso a quella serata,  a quell’irripetibile magia.

Le condizioni meteo migliorarono solo sul finire del concerto: quando si accesero i fari dello stadio e la E Street Band attaccò Born to run la pioggia si fece più debole e sottile. Ma ci volle un evento quasi epocale per farla smettere del tutto: Rosalita. Bruce non la eseguiva in Europa da oltre 15 anni, dal Tunnel Of Love Express Tour. Il concerto finì così, con tutti noi che cercavano di “saltare un po’ più in alto” nonostante avessimo oltrepassato già da un pezzo il cartello “stremo delle forze”.

Tornando a casa ci rendemmo conto dell’enormità dell’accaduto: tutta Milano era allagata. Ad ogni incrocio c’erano i pompieri: alcuni rimuovevano i rami spezzati e caduti dagli alberi mentre altri cercavano di svuotare gli scantinati delle case. Sembrava che fosse passato un uragano. Ero esausto, fradicio e infreddolito. Il mio cellulare nuovo di pacca era stato messo KO dalla pioggia e l’autista (stronzo) del pullman teneva l’aria condizionata a -20°. Eppure niente di tutto ciò poteva scalfire la gioia, la serenità e l’appagamento che permeava ogni centimetro del mio corpo, ogni alito del mio spirito.

Vai all’indice

Io e Bruce: a love story

Annunci

7 pensieri su “Io e Bruce #4: let it rain, let it rain, let it rain…

  1. Ho visto il Boss per il concerto di Wrecking Ball… stesse sensazioni. Il silenzio assoluto, Bruce che sale sul palco (da solo), l’armonica e poi… The Ghost Of Tom Joad. Mi è venuto un mezzo infarto.
    Il concerto è stato esaltante. Unico. Una festa incredibile.

    Visto che siamo in tema. Ho ricordi eccezionali con The Rising, uno dei dischi del Boss che ascolto di più (ok, non è il Boss dei primi tempi, ma questo disco, per quando l’ho sentito, mi parla di più di altri).

    1. Di sicuro The Rising è il suo album migliore dai tempi di BITUSA. Oddio, forse Tom Joad gli sarebbe superiore, ma è un disco troppo complicato per essere amato appasionatamente.
      Quindi capisco il tuo amore per The Rising, che sicuramente condivido.
      Poi, è ovvio, che i dischi della prima decade (da Greetings fino a BITUSA) sono di un altro livello, ma questo è normale credo.
      E comunque gli va dato atto che seppur la sua verve compositiva si è un po’ (ma non tanto) spenta negli anni, ha saputo sempre rinnovare ed innovare i suoi show dal vivo mantenendo un livello strepitoso.

      Io l’ho visto dal vivo 8 volte (7 con al e-street band + 1 con la seeger session band) in 14 anni (dal 99 al 2013) e comunque ogni suo concerto è sempre rimasto un’esperienza paradisiaca nonostante l’età (sua e mia) e nonostante la dipartita di alcuni membri storici della band.
      Se posso permettermi, tu da quanto lo ascolti? E quanti concerti ti sei gustato?

      1. Parto dal fondo, così sono più comodo.
        Lo ascolto da molto tempo, diciamo da quando pubblicizzava The Ghost Of TJ (anche se ero abbastanza ignorante di musica al tempo… la giovane età mi fregava). prima conoscevo poche canzoni. Poi sono andato a ritroso e, di conseguenza, in avanti.
        Ho visto, mio malgrado, solo un concerto del Boss… per molti motivi non sono mai riuscito a vederlo dal vivo, solo con il tour di Wrecking Ball ho fatto il diavolo a quattro per godermi, finalmente, Bruce Springsteen in concerto.
        Gli album precedenti a Tunnel sono stupendi, perfetti e delineano in maniera eccellente il pensiero di Bruce Springsteen.
        Human Touch e Tunnel sono più deboli… la fortuna è stata mollare tutto e mettersi a creare The Ghost. Quello ha permesso al Boss di ritornare più ispirato che mai e ritornare con The Rising.
        La qualità compositiva di Bruce si è appannata, ma teniamo conto che è dal 1973 che è in giro e produce musica&emozioni, non si può chiedere ad un artista, dopo oltre 40 anni, di essere fresco come avesse 20 anni no? Ci sta l’appannamento e ci sta l’approccio diverso alla musica in studio (dal vivo, llo vedo sui video o nel concerto, non si risparmia un secondo).
        Mi ricordo una parte di intervista in cui Bruce Sp. spiegava quanto tempo passava su ogni singola strofa, frase delle sue canzoni. L’opera di lima e di cesello è grande.

      2. Anche io iniziai ad ascoltarlo a met’ anni 90, nell-inverno 94 per la precisione. Paradossalmente mi innamorai della sua musica con Human Touch, forse il suo disco più brutto…
        Dici bene quando sottolinei che la sua vena compositiva si è un po’ appannata, ma in fondo è capitato a tutti i più grandi e credo sia un fenomeno assolutamente fisiologico.
        Bisogna però riconoscere che la profondità lirica dei suoi test, invece, non ha perso smalto e i suoi show, col tempo, sono addirittura migliorati, anche grazie all’apporto di musicisti sempre più numerosi e sempre più bravi (la sezione fiati nel WB tour faceva proprio una marcia secondo me, e anche il connubio con Morello ha regalato perle luccicosissime).

        E debbo riconoscere che sono proprio i live-show a farmi amare così tanto il Boss: per anni li sognai e li anelai come qualcosa di impossibile, poi grazie al cielo ho potuto gustarlo un sacco di volte e tuttavia non sono ancora sazio tant’è che non vedo l’ora di gustarmelo di nuovo… anche se tempo non tornerà nemmeno l’anno prossimo 😦

      3. Human Touch… no, non è un grandissimo album. La sbornia quasi solista di Tunnel Of Love e Human Touch è stata deleteria per il Boss. Meglio la spolverata di cenere e folk di TGOTJ e poi la ripresa di un discorso più corale.
        Per quanto riguarda il songwriting: non conosco nessun gruppo storico che sia riuscito a mantenere un livello inalterato nel corso degli anni. Ci sta il calo, ci sta un appannamento di idee, di freschezza, di voglia, di turbamento o altro. Non lo critico (ecco, forse i Rush hanno mantenuto un songwriting in decisa ascesa negli ultimi anni, ma teniamo conto che hanno fatto qualche disco meno “eccellente” nella metà della carriera… perciò diciamo che hanno preso “pausa” prima eheh).
        Come show e come testi non c’è niente da dire. Stupisce l’energia degli show (non è più un giovincello eh) ma non stupisce affatto la profondità dei testi attuali (in fin dei conti con l’età si può solo migliorare o sondare altri territori).

        Vorrei rivedermelo anche io.

      4. Ma infatti. Perché riposarsi? eheheh.

        Mi ricordo un’intervista di Morello in cui diceva la fatica fisica e mentale di suonare con il Boss. Show da 3 ore con pezzi che variano di scaletta in scaletta. Un vero tour de force.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...