Io e Bruce #5: devils and dust

La sbornia del concerto di San Siro durò a lungo. La fiamma accesa nel mio spirito il 28 giugno del 2003 continuò ad ardere per tanto tempo lasciandomi estasiato da quell’ebbrezza che solo gli eventi meravigliosi sanno donare. Ma poi, inevitabilmente, finì. Ed il seguente periodo della mia vita non fu particolarmente memorabile… anzi.

Nel luglio del 2004 mi laureai ed iniziò l’affannosa ricerca del mio primo lavoro. Mi barcamenai per più di un anno prima di riuscire a trovare un impiego. Quei mesi durarono un’eternità.

Nel mondo degli studi (prima la scuola e poi l’università) ero sempre stato bravo: sapevo cosa dovevo fare e lo facevo bene. Nulla mi spaventava e tutto era sotto il mio totale controllo. Ma nel nuovo mondo in cui ero stato catapultato faticavo: non sapevo dove muovermi, come comportarmi, a chi rivolgermi. Procedevo di inerzia, incatenato dalla passività e avvinto dalla disillusione di poter raggiungere l’obiettivo. Ed ogni giorno che passava cresceva in me il timore che non fossi capace di calarmi nella nuova realtà.

Devils and Dust Furono mesi tormentati e quando Springsteen pubblicò il nuovo disco ebbi la netta impressione che l’avesse inciso proprio per me: “Devils and dust“, diavoli e polvere. Ricordo ancora che lo comprai mentre ero in giro con la mia ragazza e che il primo ascolto lo feci in macchina insieme a lei. Seduta accanto a me, accavallò le gambe, poggiò il mento sulla sua mano e mi guardò con uno dei suoi sorrisi speciali, quelli che usava solo quando era felice: “Visto che basta un nuovo disco di Springsteen per farti tornare il sorriso, gli chiederò di pubblicarne uno ogni giorno…“, mi disse.

Con Devils and Dust Bruce spostò il calendario indietro di 10 anni, ritornando a molte delle sonorità già esplorate con The ghost of Tom Joad. Il disco, infatti, è quasi interamente acustico e la E Street Band non compare fatta eccezione per qualche cameo. Indubbiamente D&D è molto meno tormentato e crudo di Tom Joad, tuttavia esplora l’animo umano in profondità portando alla luce le paure e i peccati che tormentavano Bruce e , per certi aspetti, anche me.

Il cantautore Springsteen ha una qualità straordinaria: quella di prendere una SUA emozione e raccontartela in modo tale che sia anche la TUA emozione. Questa capacità di universalizzare i sentimenti e trasformarli in una emozione condivisa è qualcosa che gli invidio veramente, giuro. E ascoltare D&D, esattamente come in passato ascoltare suoi vecchi lavori, mi aiutò a metabolizzare il mio momento no, a passarlo al setaccio per tirarne comunque fuori qualcosa di buono. Ebbe, in sostanza, un effetto catartico sul mio umore depresso ed iniziai la faticosa risalita dalle sabbie mobili in cui ero invischiato. Purtroppo, visto il mio status di inoccupato,  non potei permettermi i biglietti per la tournée che segui il disco e non aver mai visto uno show acustico del Boss è un piccolo cruccio che mi porto ancora dietro.

Pochi mesi dopo l’uscita di D&D trovai lavoro. Alleluja. Fui assunto in una società di informatica (la stessa dove lavoro tuttora). Mi sembra ieri… invece sono passati ormai oltre sette anni.

Nel 2006 Bruce pubblicò un nuovo disco che, per molti aspetti, è il più strano della sua carriera: “We Shall Overcome: The Seeger Sessions“, infatti si tratta di un disco tributo al cantautore folk Pete Seeger, ed è quindi composto esclusivamente da sue cover. Le sonorità sono molto strane, distanti anni luce dalla classiche sonorità springsteeniane, tanto da quelle più maestose degli album rock quanto da quelle più grezze dei 3 album acustici. Le canzoni di We Shall Overcome sembrano provenire tutte dal Far West: iniziai ad ascoltare Old Dan Tucker, chiusi gli occhi ed ebbi la convinzione di trovarmi in un saloon a bere whiskey e giocare a poker, sempre accarezzando il calcio della Colt appesa al mio cinturone.

Il disco non fu inciso con la E Street Band, ma con un gruppo bluegrass appositamente formato dal Boss per l’occasione. Sempre con questo gruppo, Bruce si mise in viaggio per una tournée mondiale dove proponeva tutte queste nuove canzoni più alcuni suoi vecchi cavalli di battaglia ri-arrangiati per l’occasione con le nuove musicalità folkloristiche.

Dato che ormai potevo permettermi gli oltre 50€ del biglietto senza sentirmi un profittatore, il 7 ottobre del 2006 assistei ad una delle sette date italiane del Seeger Sessions Tour, quella all’Arena Santa Giuliana di Perugia (la stessa dove meno di 2 anni dopo vidi i REM, gran concerto quello, ma è un’altra storia…). Fu il mio terzo concerto del Boss e lo dico subito a scanso di equivoci: è stato lo show di Bruce più deludente che abbia mai visto.

Pioveva, non tanto come 3 anni prima a San Siro, ma pioveva. E facevo freddo: c’erano delle correnti fredde che giravano intorno a Perugia che sembrava di stare in una trottola di aria gelida. D’altronde fare un concerto all’aperto di ottobre non è proprio una genialata… Ma non fu certo il meteo avverso a deludermi. Il punto è che le sonorità della Seeger Session Band non mi hanno mai entusiasmato e benchè Bruce ci mettesse l’anima, l’assenza della magia tipica di un live show del Boss era evidente. Mancava la E Street Band, mancava il sassofono di Big Man, mancava la classica potenza dell’asbury sound. Ci furono alcune chicche, per carità: ricordo una brillantissima Cadillac Ranch e una accattivante American Land, ma nel complesso tornai a casa con l’amaro in bocca. Nemmeno essere entrato nel PIT ed aver visto il Boss a non più di 10 metri riuscì a confortarmi.

Mentre io e Mauro – mio fedele blood brother springsteeniano – tornavamo a casa, riflettei a lungo su come si era declinata la produzione musicale di Springsteen negli ultimi anni finchè un dubbio non si fece strada nei miei pensieri fino a divorare il buonumore che comunque il concerto del Boss mi aveva lasciato.

Da quando seguivo Springsteen – circa un decennio – il Boss aveva lavorato solo saltuariamente con la E Street Band  e insieme al suo storico gruppo aveva realizzato solo un album di inediti, mentre la maggior parte dei suoi lavori erano dischi acustici (Tom Joad o D&D) oppure sperimentali (il Seeger Session). Il timore che il Reunion Tour e The Rising fossero state solo delle parentesi prima che la musica di Springsteen virasse verso mondi e sonorità troppo distanti dai miei gusti, si trasformò presto in terrore: sarebbe mai tornato Bruce a suonare con gli E-Streeters? Avrei mai potuto vederli di nuovo insieme dal vivo? Il concerto sotto il diluvio del 2003 era stato memorabile ed io ne volevo ancora, non poteva finire tutto così.

In fondo, come mi disse un vecchio fan mentre eravamo in coda per entrare proprio al concerto di Perugia, i concerti di Springsteen sono come il sesso: dopo il primo non vedi l’ora che venga il secondo, poi il terzo, poi quarto…

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Io e Bruce: a love story

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4 pensieri su “Io e Bruce #5: devils and dust

  1. Ti capisco benissimo quando parli del “trauma” che molte persone subiscono quando devono cercarsi un impiego.
    Purtroppo molte delle cose che impari nel mondo della scuola sono assolutamente inutili in quello del lavoro, e quindi é normale sentirsi smarriti quando si passa dall’ uno all’ altro. Pensi “Ho imparato tante cose, ma non so fare niente.”
    Ad esempio, poniamo che, a studi conclusi, ti siano rimasti in testa tutta la grammatica greca e latina, oppure la trama di tutte le opere di Shakespeare: ebbene, queste nozioni quand’ eri dietro a un banco ti fruttavano dei gran bei votoni, ma nel mondo del lavoro te le puoi ficcare in quel posto, perché a nessuno interessa il genitivo assoluto o il monologo dell’ Amleto.
    Lo studio dovrebbe prepararti al lavoro, e invece la scuola é spesso un microcosmo completamente autoreferenziale, del tutto chiuso in se stesso, dove impari tante cose magari interessanti, ma che sono utili solo in quel contesto.
    Se posso chiedertelo, come facesti a trovare lavoro in una società di informatica? Se non ricordo male, hai una formazione umanistica, quindi il tuo percorso scolastico non sembrava prevedere uno sbocco lavorativo di questo tipo.

    1. “Lo studio dovrebbe prepararti al lavoro, e invece la scuola é spesso un microcosmo completamente autoreferenziale, del tutto chiuso in se stesso,”
      Con queste parole hai scritto una tristissima verità, che piaga da anni i giovani italiani.

      Effettivamente ho una formazione umanistica (Maturità classica) ma l’università che ho frequentato (Scienze della Comunicazione) spazia molto. Non ho particolari competenze informatiche, o quanto meno non più di quelle che hanno tutti i ragazzi smanettoni col PC, e infatti non faccio il programmatore. Per farla breve faccio in modo che produzione, clienti e fornitori dialoghino proficuamente e senza intoppi. Ci vuole pazienza, diplomazia e abilità dialettica: ovviamente nessuna di queste cose l’ho imparata studiando…

  2. Adoro Devils and dust. E’ il suo primo album di inediti che ho vissuto in prima persona perché per The rising ero sì interessato ma ancora un po’ distratto. Tutto quel parlare di sonorità acustiche fece sì che quando partì la seconda traccia All the way home mi si stampò un sorriso da ebete che mi accompagnò lungo tutto il tragitto in metropolitana. E poi Long time coming… madonna che brividi. Anche Maria’s bed mi aveva mandato in fissa. Fu l’album dei miei diciott’anni. Che bei giorni…

    1. D&D è un buon disco, tuttavia è privo della potenza evocativa di Tom Joad o Nebraska, che sono i suoi padrini spirituali.
      Vero è che D&D non è neppure un disco acustico tout-court, e quindi il paragone con i due precedenti capolavori è oltremodo generoso.

      Diciamo che è un buon disco il quale però nulla toglie e nulla aggiunge all’opera di Springsteen.

      Poi è ovvio che ogni album abbia un significato per ciascuno di noi e se tu lo hai vissuto così è naturale che ne servi un ricordo più positivo di altri 🙂

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