Drinking Buddies (ovvero l’apoteosi dell’immobilismo)

Mi piace immaginare ogni film come se fosse un treno: ti porta in una città, poi in un’altra ancora; talvolta il viaggio è piacevole, talvolta lo è meno; ci si può spostare di giorno, ma il fascino dei finestrini affacciati sull’oscurità è impareggiabile; si può viaggiare in compagnia anche se a volte è preferibile farlo da soli; può variare anche la velocità: frenetica, tranquilla, sostenuta, panoramica, incalzante.

drinking buddiesIl concetto di movimento è strettamente legato all’ideale di cinema che ho in testa e quindi la prima caratteristica perchè un film mi piaccia è che abbia spostato un po’ più in là le mie idee, le mie emozioni, la mia immaginazione, i miei sentimenti. Ovvio che lo spostamento non sia di per sè positivo: a qualificarlo interverranno molti altri elementi; tuttavia è il primo indispensabile passo.

Purtroppo però ci sono dei film che non si schiodano: restano ancorati su se stessi, zavorrati dalla loro stessa inettitudine, incapaci di trasmettere alcunché o di dare l’abbrivio per qualsivoglia movimento inerziale dell’animo umano.

Film come Drinking Buddies.

Drinking Buddies inizia con una situazione ben delineata: Luke e Kate lavorano in una birreria e tra loro c’è una grandissima sintonia che sfocia in palese attrazione; la loro relazione tuttavia non sale di livello perchè entrambi sono già coinvolti sentimentalmente con altre persone. A questo punto uno si immagina chissà quali evoluzioni: intrecci, triangoli amorosi, tradimenti, gelosie, torbide passioni che cocciano contro più razionali sentimenti. In realtà non succede niente di niente: li ritroviamo infatti dopo un’ora e mezza di inutili dialoghi e scene vuote nella stessa identica situazione: colleghi, amici e niente di più.

Per tutta la durata del film questi due non scopano, non si baciano, nemmeno si toccano e flirtano come quindicenni: scherzetti, sorrisetti stupidi, buffetti… Roba che nemmeno ne “Il tempo delle mele“. Di più: questo sterile rincorrersi non trasmette nessuna emozione, il nulla cosmico dell’emotività: la lettura di un brano della Treccani sulle proprietà organolettiche del granturco sarebbe senz’altro più entusiasmante.

Ho cercato invano di trovare un senso a questo film o di capire che tipo di messaggio volesse trasmettere il regista e infine sono giunto ad un’amara conclusione: se avessi trascorso questi 90 minuti fissando lo scarico del cesso ne avrei tratto maggiore soddisfazione.

Voto: 2

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8 pensieri su “Drinking Buddies (ovvero l’apoteosi dell’immobilismo)

  1. Quando guardo un film, ogni tanto mi capita di assistere a quello che gli americani chiamano “slice of life”: la narrazione si interrompe e viene dato spazio ad uno “spaccato di vita”, ad una scena di routine quotidiana che non c’entra nulla con la trama, ma serve solo a far “riprendere fiato” allo spettatore. Esempio classico: in un thriller serratissimo, fatto di omicidi e scene cruente, il regista smorza la tensione inserendo una scena in cui il detective si beve una birra con un amico, o cena a lume di candela con la sua donna.
    Ecco, io gli slice of life li adoro. A patto, però, che queste scene di vita quotidiana siano una parentesi all’interno della storia: Drinking Buddies invece esagera, perché è un unico, gigantesco, dilatatissimo slice of life senza niente intorno.
    Tra parentesi, il motivo principale per cui ho adorato così tanto Di nuovo in gioco è proprio il fatto che alternava continuamente le scene ricche di pathos (le partite, i litigi tra padre e figlia, il flirt tra Amy Adams e Justin Timberlake) con le scene tranquille di vita quotidiana, come quella in cui Clint e Justin Timberlake si bevono una birra, o Amy Adams gioca a biliardo. Ecco, quel film è un esempio perfetto di come vanno girati gli slice of life.
    Una domanda sorge spontanea: come hai fatto a resistere fino alla fine di Drinking Buddies? Io ho tenuto duro perché ero convinto che presto o tardi la situazione si sarebbe sbloccata: vale anche per te, o c’è un altro motivo?

    1. Sono arrivato fino in fondo per due motivi:
      1. Olivia Wilde, che è sempre un piacere per gli occhi
      2. L’incapacità di rassegnarmi all’evidenza, ovvero che il film non avesse niente da dire. Insomma, come te, speravo nel classico climax finale che nobilita tutto il film e ne riscatta la prima parte brutta. Ahimè, mi sono sbagliato.

      PS: bella la digressione sugli slice of life, era un aspetto che non avevo mai ben focalizzato 😉

  2. HA ha ha ha che bella risata che mi hai regalato Lap !!!
    Mai pensato di scrivere qualcosa di umoristico? Secondo me hai del talento!
    Grazie e complimenti per la recensione 😉

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