Blackhat (ovvero l’ontologia del fallimento)

Il thriller informatico è un film ontologicamente destinato all’insuccesso.

Non importa il cast, non influisce il regista e incide poco pure lo sceneggiatore: il thriller informatico farà sempre cagare. Potete metterci Nolan, potete riesumare Billy Wilder, potete ingaggiare Daniel Day Lewis e Tom Hanks, potete infilarci una bonazza da paura a vostra scelta, tanto il risultato non cambierà. Cacca. Merda. Puzza.

E Blackhat, l’ultimo film di Michael Mann, non si scosta da questa inintellegibile verità.

Di sicuro non aiuta dare a Thor – alias Chris Hemsworth – il ruolo di protagonista. A un marcantonio biondo di un metro e novanta per circa cento chili di bicipiti, tricipiti, quadricipiti e vari altri xxxxxcipiti, i panni dell’hacker cazzutissimo stanno un filino stretti: perchè chi non usa mai il mouse, scrive 3900 battute al minuto e decodifica i codici binari alla stessa velocità di Neo di Matrix non può essere altri che un nerd sfigatissimo. Ma tra un nerd sfigatissimo e Thor ci sono circa 1000 gradazioni di esseri umani più credibili nella parte. E se è dura credere che Thor sia un hacker, è ancor più dura credere che sia un hacker superdotato che IN AGGIUNTA mena-spara-scopa-ammazza come se fosse la crasi cinematografica di Rambo, John McClane e 007.

BlackHat-Chris-Hemsworth

Che risultato potrà mai dare, quindi, un thriller informatico con queste premesse? Facile: cacca, merda, puzza.

E non basta tirare lo sciacquone perchè tutto svanisca.

Blackhat è come quegli stronzi che tornano a galla di continuo: vorresti eliminarlo dalla tua memoria ma lui, infido, trova sempre un modo per tornarti in mente e così, per giorni interi, come chiudi gli occhi vedi una teoria di scene banali, di luoghi comuni ma così comuni che non ci crede più nemmeno la vecchina che guarda la Santa Messa su Rai 1, di sospiri sofferti, che poi sarebbero i tuoi perchè il film l’hai visto col naso turato, in un’apnea di sofferenza che si declina come una via crucis.

Voto: 3

PS: Qualche anno fa un manipolo di menti eccelse (premi nobel, filosofi, registi e sceneggiatori) fu rinchiuso all’interno del Gran Sasso allo scopo di trovare le cause che condannano il thriller informatico all’insuccesso. L’esperimento tuttavia fu vano perchè dopo nemmeno due giorni di visione prolungata di thriller informatici, tutti furono costretti ad abbandonare subito la struttura sotterranea sopraffatti dal maleodore.

Cacca. Merda. Puzza.

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34 pensieri su “Blackhat (ovvero l’ontologia del fallimento)

  1. A mio giudizio il thriller informatico è condannato all’insuccesso per un motivo molto semplice: l’informatica è complessa e noiosa, mentre lo spettatore medio predilige trame semplici e coinvolgenti.
    Qualche eccezione mi viene in mente: Nella rete del serial killer, Nickname: Enigmista, Il cartaio. Tuttavia, in tutti e 3 i casi si tratta di trame whodunit, nelle quali le venature informatiche, per quanto importanti, non sono al centro della trama.
    Avevo sentito che Blackhat era stato un flop gigantesco, e mi era dispiaciuto molto, perché Michael Mann è uno di quei registi, come Doug Liman e James Mangold, che non vinceranno mai un Oscar, ma che riescono spesso a realizzare degli ottimi prodotti di intrattenimento.
    A proposito di flop, molti dei film che hai nominato nel post https://lapinsu.wordpress.com/2014/12/29/i-20-film-da-non-perdere-nel-2015/ si sono rivelati dei flop: Avengers è piaciuto meno del primo, Exodus stroncato all’unanimità, American Sniper piaciuto ma non troppo… ultimo della lista Song One, al quale hai dato 4 qualche giorno fa su imdb. Come ha fatto un film con la Hathaway a subire il tuo colpo d’ascia? 🙂

    1. Indubbiamente l’informatica si digerisce male, tuttavia se ci fosse un regista disposto a rappresentarla come una scienza anzichè come una stregoneria, forse la cosa aiuterebbe…
      Mann piace anche a me (difatti ci ho tenuto a citare un paio di film suoi che ho nel cuore) tuttavia qui ha proprio toppato, e toppato su tutti i fronti: sceneggiatura risibile, cast insipido e protagonista inadatto proprio. Un peccato.

      Dei 20 film più attesi dell’anno ne ho visti già 8.
      Alcuni sono stati deludenti (come Avengers 2 o American Sniper) ciò non toglie che siano buoni film tant’è che ad entrambi ho dato un comunque lusinghiero 7.
      Le uniche due insufficienze sono state invece:
      – Exodus: che è veramente una boiata pazzesca
      – Song One, su cui ho scritto un pezzo che pubblicherò nelle prossime settimane, quindi troverai lì tutte le risposte :-D.

      PS: io sto già scaldando i motori per Terminator e il nostro amato Swarzy!!!!!

      1. Personalmente detesto l’informatica. Non solo perché sull’argomento sono ignorante quanto una capra, ma anche perché è un ambito in cui non si può improvvisare. Cerco di spiegarmi meglio.
        Anche se non sei un idraulico, puoi trovare il modo di aggiustare un rubinetto che perde. Anche se non sei un falegname, puoi riuscire a sistemare uno scaffale che ha ceduto. Se ti si rompe il computer invece non ci sono santi: o sai come fare, oppure qualsiasi tentativo tu faccia non farà altro che peggiorare la situazione. Così, quando mi si rompe il computer, l’impotenza che provo per non poterlo aggiustare da solo e il panico di non riuscire a trovare un tecnico competente mi provocano una frustrazione e un’ansia gigantesche.
        Per quanto riguarda Terminator, come ti dissi tempo fa questo è un mese di fuoco per me, e quindi potrò vederlo solo se riuscirà a “tenere” le sale fino ad Agosto. Tra l’altro il film precedente di Schwarzy, Contagious, ha avuto su di me lo stesso effetto che ti ha suscitato Blackhat: da quando l’ho visto mi tornano in mente di continuo tutte le scene che potevano essere epiche e invece sono venute di merda, tutte le occasioni in cui Schwarzy poteva sparare e non l’ha fatto, il finale osceno che più osceno non si può. Evitalo a tutti i costi: è un pozzo nero così profondo che potrebbe indurti a rivalutare perfino Blackhat. 🙂

      2. INFORMATICA: wayne, io sono la prova vivente che pur non sapendo una cippa di computer e programmazione, si può comunque barcamenarsi. D’altronde lavoro da quasi 10 anni in una società di informatica.
        Ci vuole pazienza, tenacia e la consapevolezza che bisognerà ammaccarsi un po’ ma che con la giusta dedizione si potrà venire a capo del problema, sia se ti rompe una componente hardware sia se i programmi del pc fanno delle bizze.
        Benchè ci sia una cinematografica che cerca di convincerci del contrario, la regola è solo e soltanto una: IL COMPUTER FA SEMPRE QUELLO CHE NOI DICIAMO DI FARE. Pertanto se fa qualcosa di sbagliato siamo noi che dobbiamo correggerci.

        TERMINATOR: già prevedo che sarà una boiata, tuttavia Terminator è un personaggio che amo così tanto che già vado in brodo di giuggiole alla sola idea di vederne in seguito. Potrei anche decidere di fare una maratora t1-t2-t3 per prepararmi a dovere alla visione!!!!!

      3. Ricalcheresti in pieno il percorso fatto per Mad Max: in quel caso fu una climax ascendente, non a caso intitolasti la recensione del quarto capitolo “L’apoteosi.”
        Dubito che per Terminator potremo dire lo stesso, ma chi se ne frega: l’importante è divertirsi, e dubito che questo nuovo capitolo, per quanto potenzialmente mediocre, possa fallire nel raggiungere almeno quest’obiettivo minimo. Se vai a vederlo questo fine settimana, buona visione! 🙂

      4. Non sono taccagno, ma spendere 8€ per un cinema mi sembra uno sproposito, quindi aspetterò 1-2 settimane, quando il biglietto costa meno il martedi.

  2. Nonostante la palese idiozia nel dare la parte di un hacker a uno come Hemsworth [altro che sospensione dell’incredulità] non credo sia questo il vero problema dei thriller informatici. Anche Codice Swordfish vede un hacker inverosimile [Hugh Jackman] e volendo scomodare i grossi calibri direi anche Matrix e sono entrambi ottimi film.
    Per me è più come dice wwayne, l’informatica è un argomento difficile da trattare e spesso viene o minimizzata come semplice espediente narrativo [quindi la scintilla che fa scattare la storia] oppure esagerata a livelli inverosimili per non dire ridicoli [vedi Transcendence].

    1. L’informatica è sicuramente un argomento che mal si presta alla trasposizione filmica, come anche altri per altro (penso al calcio).
      Viene semplificata, stereotipata e svuotata di senso (come scrivevo sopra, trattata alla stregua di una stregoneria) e questo non aiuta, anzi.

      Solo che ora ti devo rimproverare.

      Mi hai ricordato Trascendence, ahahahahahah, quella schifezza immonda, ahahahahahah. L’avevo rimosso con molta fatica e ora mi tocca ricominciare tutto daccapo…

      Mannaggia a te 😀 😀 😀 😀 😀 😀

      1. “Stregoneria” credo sia il termine adatto per descrivere l’uso che si fa dell’informatica al cinema.
        Per quanto riguarda Transcendence mi spiace, ma per quanto vogliamo certi film non possono essere dimenticati! 😀 Anzi, ci servono di lezione per imparare a non commettere di nuovo lo stesso errore, cioè non guardare un film se fin da subito ti puzza di cagata [tanto per restare in tema “merda”].

      2. Pure io tendo a mollare i film che partono male, perché di solito, nel cinema come in tutto il resto, il buon giorno si vede dal mattino.
        Per dire, qualche giorno fa mi son messo a guardare The Gambler: ero troppo curioso di vedere un bonaccione come John Goodman che fa la parte del cattivo. Parte il film, e cosa vedo? Il protagonista che piagnucola in una camera d’ospedale. Un esordio meno deprimente pareva brutto?
        Tra l’altro, per rimanere in tema di attori fuori parte, a piagnucolare era Mark Wahlberg: ad uno con l’aria da duro come lui non puoi fargli recitare una scena del genere, è ridicolo.
        E non è la prima volta che lo vedo in un ruolo inadatto a lui: pensai la stessa cosa anche quando lo vidi in Broken City, nei panni di un investigatore privato stile anni 50. In quella parte, per citare Lapinsù, “è a suo agio come un pugile che fa danza classica” (https://lapinsu.wordpress.com/2014/01/07/flop-film-2013-i-film-piu-brutti-e-deludenti-dellanno/).

      3. Caspira wwayne, hai più memoria tu dei miei post di quanta ne abbia io…
        Manco ricordavo di aver scritto quella cosa (che comunque riscreverei anche io).

        Ho visto The Gambler tempo fa:oltre ad essere abbastanza bruttino ed un attore palesemente fuori parte, ha un altro problema sostanziale: è un film piatto.
        Non solo è brutto, ma nemmeno suggerisce emozioni, rabbia, niente di niente. Per quanto avessi voluto, non riuscito a trarne un bel post sarcastico per riderci su e rendere quelle 2 ore meno sprecate di quanto siano state…

        PS: la tua riflessione di Goodman (attore che so tu ami e segui in tutti i film che fa) mi ha fatto venire in mente che, analogamente ai film che vedo solo perchè mi tira la protagonista) ci sono anche se in numero minore film che vedo perchè mi sta simpatico un attore.
        Ad esempio, i film di Sean Connery li ho visti sempre tutti a priori, come quelli di Tom Hanks o De Niro. Ma il discorso vale anche per attori minori, cui però sono affezionato per varie ragioni: Simon Baker, Kiefer Sutherland, Adam Sandler, Gandolfini, etc.

      4. Wahlberg è strano. O risulta perfetto per un ruolo o totalmente inadatto! 😀
        The Gambler non l’ho visto ma ho capito il discorso che fai. Credo che per qualsiasi racconto, che sia un film, un libro o altro, la cosa più difficile è realizzare un buon inizio!

      5. Per quanto riguarda Wahlberg e i film in cui è fuori parte, i casi sono 2:
        1) I registi lo sopravvalutano, ritenendolo un attore completo e adatto ad interpretare qualsiasi ruolo;
        2) Ha un agente inetto, che non sa consigliarlo su quali parte accettare e quali rifiutare.
        Riguardo alla difficoltà di partire bene, a mio giudizio la cosa migliore da fare è iniziare il film con una scena che ci faccia capire subito chi sono i personaggi, nel senso di farci inquadrare il loro carattere, il loro ruolo nel film eccetera. Ovviamente deve anche presentare una situazione intrigante, che attiri da subito l’attenzione dello spettatore. Questo, ad esempio, è un inizio perfetto:

        Come tutto il resto del film, d’altronde. 🙂

      6. Più che altro sembra che Wahlberg voglia mettere le mani un po ovunque e in più progetti possibili, da film seri a quelli drammatici, azione, fantascienza, commedia [e anche come produttore non scherza].
        Secondo me ci sono due approcci per iniziare un film: il primo è un approccio in linea con tutto la pellicola, quindi una scena che presenti bene le atmosfere e il genere che andremo a vedere [banalmente far iniziare un film d’azione con una grande scena d’azione], oppure c’è l’approccio anticlimatico quindi presentare una scena che si discosti molto da quello che sarà effettivamente il film [come la scena iniziale de LE IENE dove vediamo dei semplici “amici” che parlano di mance e di fave grosse prima di immergerci nello sporco e nel sangue della storia principale].
        Quei bravi ragazzi è una squisita eccezione, dato che inizia con molta calma e con enorme disinvoltura ci mostrano gli affari di Henry Hill e soci per poi far scoppiare il titolo sulle note di Tony Bennet. Però va bè, GOODFELLAS è su un’altro livello 🙂

      7. Non sapevo che Wahlberg producesse. Ho controllato su Wikipedia, e mi sono accorto che ha finanziato dei film di altissima qualità: I padroni della notte, The Fighter e Prisoners, che non ho visto ma del quale Lapinsù è entusiasta (e quindi prima o poi lo vedrò).
        Per quanto riguarda l’approccio anticlimatico, forse l’esempio migliore di sempre è Psycho. Cito da Wikipedia:
        “Il film parte con una ragazza che ruba dei soldi e li porta via con sé, fuggendo dalla città e nascondendoli in una busta da lettere che viene ripetutamente ed insistentemente inquadrata come fosse il fulcro della storia. Più avanti, però, la trama prende una piega del tutto diversa e la busta esce di scena, per cui alla fine lo spettatore capisce che i soldi non erano altro che un espediente per mettere in moto la vera storia.”
        Comunque hai ragione, paragonare Psycho e Quei bravi ragazzi a The Gambler e Blackhat è davvero ingeneroso.
        I primi sono una melodia di Morricone, i secondi una canzone di Katy Perry.
        I primi sono Roberto Baggio, i secondi Bonera.
        I primi sono un piatto di tagliatelle della nonna, i secondi un panino da McDonald.
        I primi sono la passeggiata di due innamorati mano nella mano, i secondi la sveltina di due sconosciuti. (cit. https://lapinsu.wordpress.com/2014/04/16/sherlock-vs-elementary/)

      8. caspita wayne, de sto passo me toccherà pagarti per farmi da agente…
        ricordi i miei post meglio di me…
        PS: la modifica che hai fatto sul paragone Baggio\Bonera rende proprio bene l’idea 😀

  3. Personalmente ho trovato interessanti, ed anche divertenti per la loro poco credibilità, film come codice swordfish e hackers, anche se ho apprezzato il film operazione takedown, esclusivamente per aver trattato un personaggio a me familiare. Il genere di film risulterà essere sempre poco appetibile per chi si avvicina con l’occhio clinico o senza voler apprezzare l’estro fantasioso dello sceneggiatore. Condivido con voi il parere sulla pessima scelta dell’attore principale di Blackhat, ma credo che dipenda dal fatto di averlo visto impersonare tutt’altri ruoli. buona serata.

    1. ciao Filippo,
      credo che, oltre ad avere fatto sempre ruoli molto diversi da questo, ciò che freghi qui Hemsworth è il fatto di avere una fisicità assolutamente inadeguata a quella di un nerd informatico…
      Poi lui come attore non mi spiace: non è Al Pacino, ma se la cava. Recentemente l’ho visto un film carino (Red Dawn) e lui li fa il soldato e gli riesce bene.
      Ma qui, per quanto si impegni, è totalmente inadeguato.

  4. Gli xxxcipiti sono un altra genialata… Ultimamente sei piu sbellicoso del solito e questo e’ bene perche mi diverto un casino. Blackhat intuisco che ti ha fatto ca..re ma questa volta non lo prenderò per provare a contraddire…nun m ispira proprio 🙂 peccato potevamo farci una diatriba divertente tra tifoserie opposte…ma sto giro tifiamo la stessa squadra… Cya lapys

    1. Lupo a te piace un certo cinema trash (in fondo tutti abbiamo i nostri feticci :-D), ma qui sia un altro livello perchè il film, tra le altre cose, si prende TANTO sul serio, TROPPO sul serio e così scivola via dritto dritto nel contenitore dei rifiuti organici.

  5. Premetto, ancor prima di dissertare sull’argomento sollevato in questi commenti, che l’articolo di Lapinsù è semplicemente stupendo ed amo usare questo superlativo assoluto quando mi diverto e mi incuriosisco ed infine scopro che una recensione è anche ben fatta!!
    Quindi do un voto altissimo al post, mentre del film non m’interessa nulla: trovo l’attore un bietolone senza arte ne parte, prigioniero per ora del suo cliché e che apprezzo solo quando viene preso per il culo da Iron Man o a botte da Hulk e via di seguito… forse in futuro emergerà dell’altro, come è stato per tanti ex-“belli e basta” divenuti grandi attori (vedi Clooney, DiCaprio, McConaugh, Affleck) e forse il “Rush” di Howard fa ben sperare, ma siamo lontani, lontani…

    Sul discorso informatica e tecnologia al cinema, concordo con quanto detto in generale un po’ da tutti ed aggiungo che in generale tutto dipende dal pubblico a cui ci si rivolge: uno sceneggiatore sa benissimo come funziona un computer e spesso sa anche qual’è davvero il lavoro di un sistemista o di un programmatore, ma se sta scrivendo un film per la “pancia” degli americani, allora l’informatica e la tecnologia diventano subito MAGIA, terreno esoterico per pochi adepti, a cui si accede solo se si è dei superuomini, superdotati e non dei comuni mortali, così è più facile trovare la scappatoia che ti salva un plot stupido e senza idee… provate a far fare ad uno sceneggiatore la stessa cosa con lo sport… alla prima fesseria la platea si alza e va via! Si, okay, ci saranno film su grandi campioni, uomini forzuti, ma alla fine il lancio del giocatore di baseball, il canestro del baskettista o le yard guadagnate da un giocatore di football sono cose “umane”, grandiose, ma già viste!
    Stesso discorso, ma in modo speculare, se il pubblico è festivaliero, fatto di snob che considerano tutto ciò che non è poesia un mero esercizio di meccanica, una cosa arida senza vita o spessore artistico e così questi soloni guardano un capolavoro come un film Pixar e sentenziano “bah, bella forza… è fatto con il computer…” come se questo significasse che chiunque poteva farlo… fallo tu, coglione di uno scrittore fallito!

    Quindi, veemenza a parte, spesso gli sceneggiatori di Hollywood, stretti da un lato dall’ipocrisia festivaliera e dall’altra dal bisogno di far comprendere la tecnologia ad un texano troglodita, sono costretti a banalizzare, investendo l’informatica e la tecnologia in generale di capacità salvifiche e/o messianiche: la quantità di plot atroci basati sulla realtà virtuale è pari solo alla velocità e capacità dei computer, in dotazione alla FBI di fantasia, di rendere visibili le immagine sfuocate…

    Cosa accade invece se gli scrittori sono capitanati da un grande regista o da un grande produttore…
    Avete presente “The Fifth Estate (Quinto Potere)”?
    L’approccio informatico e le soluzioni esposte sono rigorosissime ed il modo con cui il regista Bill Condon ci spiega la viralità di un trhead è esemplare, senza nessuna magia o potere particolare da parte di Assange e dei suoi collaboratori e nemmeno gli hacker che con lui lavorano sono dei maghi della rete…
    Andiamo più indietro?
    Prendiamo uno dei blockbuster di sempre, “Jurassic park” di Spielberg, dove si parla di energia elettrica e di un mega-server che si resetta allo spegnimento e si spera che riparta quando viene data la corrente di nuovo, senza magie o cose esoteriche, ma solo accendere ed incrociare le dita sperando che il sistema operativo riparta senza bloccarsi e via andare!

    Ma la figura dell’hacker, pseudo soldato rivoluzionario al soldo di ideali che regolarmente perde e poi riacquista pentito, è una delle figure più tristi e trite del cinema statunitense, perché va detto che in questo settore come popolo hanno davvero quasi il monopolio delle cazzate tecnologico-narrative… persino un grande come Michael Crichton pisciò fuori del vaso quando parlò di realtà virtuale in “Rising Sun (Sol Levante)” eppure a volte basta poco per essere meno incredibili… pensate ad una fiction, assolutamente ai limiti della credulità come “Person of Interest” eppure, sotto la guida di uno scrittore attento, non scivola mai nei meccanisimi facili della “magia” tecno-informatica: lo stesso Harold, il creatore della macchina (sorta di immenso Echelon dotato dei più potenti algoritmi di analisi comportamentale), non può l’impossibile e spesso il suo operato soccombe dietro a dei cyber attack portati da altri…
    Io penso che, oltre all’uso semplicistico che gli sceneggiatori statunitensi fanno di tutto ciò che prevede un livello di competenza elevato (automobili potentissime, computer, armi sosfisticate, manipolazione delle carte da gioco), trasformando l’esperienza e lo studio in una specie di superpotere, aldilà di tutto questo, è proprio la figura dell’hacker al cinema che fa cagare, che puzza di riciclato, di stantio, di noia mortale, di già visto e rivisto e rivisto e… basta! Non se ne può proprio più!!

    1. Rispondo per punti:

      CHRIS HEMSWORTH:
      ti confesso che non mi dispiace. Al di là del personaggio che l’ha reso famoso, Thor, e che temo lo marchierà a sangue per almeno 20 anni, mi è capitato di vederlo recentemente in un film abbastanza pietoso (RED DAWN) dove però lui se la cavicchia niente male.
      Intendiamoci, non rivedo in lui i crismi del Tom Hanks o del Daniel Day Lewis, tuttavia credo possa diventare un degno eredi di attori a me molto cari come Stallone o Swarzy: ha presenza scenica, ha gli xxxxcipiti e, incredibilmente, pure una buona dose di carisma. Secondo me sarebbe perfetto per gli action-movie, ma quelli veri di una volta eh, non quelli rimasticati che producono da ormai un decennio.
      Io la butto là, quindi: se poi qualche produttore farà tesoro dei miei consigli pretendo la percentuale 😀

      INFORMATICA:
      lavoro nell’informatica da quasi 10 anni e ti assicuro una cosa: ma sottovalutare l’incopetenza altrui sui computer. Ho visto gente andare in crisi col classico copia\incolla, ho visto gente disperarsi perchè il pc non si accendeva (ma è attaccato alla corrente?), ho visto gente strapparsi le vesti perchè era scomparsa l’icona di Word sul desktop (fare START –> PROGRAMMI no eh???).
      Pertanto, quando tu dici che gli scrittori semplificano le cose con l’informatica per renderla digeribile al texano obeso con un cimitero di budweiser ai piedi del divano, sono in disaccordo. Oddio, qualche mosca bianca ci sarà pure, ma ho il fondato sospetto che la maggior parte di loro scriva di computer in maniera esoterica proprio perchè per loro il computer è questo: un mistero inesplicabile.
      “Ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia”, è questo il mantra da non dimenticare.
      L’informatica, così, viene utilizzata alla stregua di un deus ex machina: c’è una porta blindata che nessun percussore potrà forzare? no problem: l’hacker di turno si collegherà via wi-fi, scriverà due tre paroline magiche sulla tastiera e magicamente la porta si aprirà. Ci sono due treni che stanno per scontrarsi? No problem: un altro hacker ancora più bravo riuscirà a bypassare in 2 secondi tutti i livelli di sicurezza delle Ferrovie dello Stato e spostare gli scambi evitando la tragedia.
      In una cosa sono d’accordo: agli scrittori quest’utilizzo dell’informatica fa comodo, perchè permette loro di uscire da situazioni ingarbugliate senza spremere troppo le meningi (che poi ci sia ben poco da spremere su molti di essi è una questione sulla quale, ahimè, siamo tutti d’accordo).

      IPOCRISIA FESTIVALIERA:
      su questo tema, già lo sai, sono in totale e assoluta sintonia con te. Fosse per me questa gente la rinchiuderei una settimana in una sala di proiezioni e li sottoporrei a una tortura simil-aranciameccanica: 7 giorni di greenaway senza soluzione di continuità. Poi voglio vedere se hanno ancora il coraggio di stroncarmi un film di Nolan solo per il gusto di fare gli snob.

      THE FIFTH ESTATE:
      il complottismo non mi piace, lo premetto perchè temo sia alla base dello scarso giudizio che ho di questo film. Lo vidi solo perchè mi piace molto Cumberbatch (rispondevo prima a wwayne che mi capita spesso di vedere film solo perchè c’è un attore che piace, un po’ come con le bonazze del “Tira più un pelo nel film che un carro di buoi”, ma con implicazioni solo intellettuali e non ormonali :-D.
      Ebbene, benchè fosse molto rigoroso nelle spiegazioni (come hai giustamente rilevato) anche lì c’erano non poche semplificazioni. Ma soprattutto il film aveva scarsissimo ritmo, rimanendo inchiodato a un personaggio affascinante ma purtroppo appiattito nella trasposizione filmica. Nonostante la solita interpretazione eccelsa di Cumberbatch.

      1. Risposta impeccabile, come sempre.
        Sui gusti personali non si discute ed in linea di massima, sono per o più d’accordo.
        Hai detto delle cose interessantissime sull’incompetenza probabile degli sceneggiatori in campo informatico ed effettivamente ho molti amici sul web che vivono e lavorano in Inghilterra, impiegati presso l’help-desk di alcune grandi ditte, che mi fanno sbellicare dalle risate con i loro racconti sull’ignoranza dell’utente medio…
        Pensavo però che gli sceneggiatori di Hollywood sapessero di mentire quando mirabolavano soluzioni semplicistiche e favoleggiavano la capacità di un hacker, ma potrebbe anche essere come dici tu, che fai una professione senza dubbio più vicina al problema della mia; detto questo prendo per buona la tua opinione e la faccio mia da oggi.
        Il film di Condon secondo me non è male, ma come vari notato nel mio blog non l’ho mai consigliato con fervore, ma debbo concedergli un rigore maggiore e meno sensazionalismo di altri prodotti simili.

    1. L’ho letto la prima volta ieri alle 23, prima di schiantare per il sonno.
      L’ho riletto stamattina alle 5, quando mi sono svegliato e l’ho riletto poco fa.
      Ora posso rispondere con cognizione di causa 😀

    2. Ah, tra l’altro, il tuo commento conta 807 parole, praticamente il doppio del mio post.
      Per alcuni la verbosità è un difetto, ma non per me, che sono il principe dei verbosi!!!!!

  6. Mi piace un sacco quando distruggi i film. Hai un metodo eccezionale 😀
    Comunque, a parte questo, credo che il thriller informatico possa essere bello se sfruttato bene. Ma in effetti, come dici tu, fino ad oggi non ce n’è stato nessuno veramente interessante. Ma chissà, magari un giorno qualcosa ne verrà fuori.

    1. Guarda, qui c’era veramente da impegnarsi poco per stroncare il film, che già ci mette ampiamente del suo.
      Avrei potuto fare il post più ermetico della storia: una bella foto grande di Thor con la seguente didascalia:
      “può quest’uomo interpretare uno smanettone informatico?”

      Il thriller informatico è un mio cipiglio perchè sono convinto che nella mani giuste possa fornire un’ottima base per una storia interessante. E con Blackhat (al netto del casting) ci speravo perchè Mann di solito fa bei film. Purtroppo però il film si è innestato nel tristissimo filone dell’hacker-stregone ed è venuta fuori l’ennesima ciofeca.
      Ma non mi rassegno: prima o poi, per il semplice calcolo delle probabilità, un thriller informatico come dio comanda dovrà pur essere realizzato 😀

  7. Ah ah ah ah … è inutile dirti quanto mi fai ridere quando disintegri un film! …. 😀
    Quasi, quasi mi fa piacere che tu veda delle cagate, così poi fai ridere mezzo web!!! eh eh eh (Ale il perfido) 😉
    Hai reso l’idea alla perfezione, grande Lap!

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