Una sola verità. O nessuna. O centomila.

Sono essenzialmente tre le cose che invidio agli Stati Uniti d’America: Bruce Springsteen, le lunghe highway che tagliano il deserto e si perdono rettilinee fino all’orizzonte e, last but not least, il giornalismo investigativo.

Sarà che hanno Woodward e Bernstein come modelli, sarà che il Premio Pulitzer fa gola a tutti, sta di fatto che di solito i giornalisti americani hanno il coltello tra i denti, fanno domande cattive e cercano scomode verità. Magari non saranno tutti così agguerriti come il cinema da oltre mezzo secolo ci vuole far credere proponendo di continuo la figura del giornalista divorziato, con la camicia sporca di 3 giorni e la cravatta allentata mentre insegue fantomatiche piste armato di matita e taccuino, tuttavia gli stereotipi non crescono sotto i cavoli e hanno sempre bisogno di un solido fondamento reale sul quale reggersi.

Se quindi ho visto un film scomodo, dal ritmo lento e dolente, con uno script affatto originale e, di conseguenza, estremamente palloso, non è stato per bearmi dei celestiali lineamenti dell’attrice protagonista (Kate Beckinsale) ma perchè al centro della storia splendeva, luminosa come la luna in una notte scura e senza stelle, una GIORNALISTA ultracazzuta e ingiustamente incarcerata per la risolutezza con cui decide di tutelare la sua fonte, anche di fronte al diktat di giudici e organi federali.

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Kate Beckinsale è sicuramente più bella che brava – anche perchè per poter affermare il contrario, dovrebbe raggiungere le vette d’eccellenza di Katharine Hepburn o Meryl Streep – ma in Una sola verità se la cava più che bene e il suo personaggio suscita empatia, ammirazione e solidarietà. Poco mi importa se il film si trascina stancamente: in questo genere di pellicole non è la storia o la suspense che attirano l’attenzione, bensì lo spessore del personaggio, ossia il giornalista agguerrito che sfida i poteri forti e alla fine, seppur sconfitto, potrà almeno consolarsi col pensiero di aver lottato per la verità.

La verità.

“Verità” è una parola potente eppure ambigua: perchè la verità è prospettica e quindi mai una sola, perchè la verità è quello che ognuno vuol vedere, perchè la verità è scritta da chi ha avuto l’ultima parola, perchè la verità è mutevole e talvolta perfino effimera, perchè la verità è soggettiva e personale. Perchè il contrario di verità non è bugia e neppure falsità, bensì ignoranza. E se vogliamo che ognuno sia libero di potersi costruire la propria verità, magari sbagliata ma cionondimeno rispettabile, è indispensabile che tutti siamo informati nel miglior modo possibile.

Combattere l’ignoranza informando sui fatti: è questo lo spirito che anima il giornalismo americano ed è per vedere questo spirito così essenziale per la vita civile e democratica che finisco per sorbirmi polpettoni che nel migliore dei casi mi fanno sbadigliare ogni 3 secondi. Perchè se ricercassi questo spirito combattivo nel giornalismo nostrano la mia attesa sarebbe vana e troverei soltanto: sciamani della nebbia dietro cui poter nascondere tutto ciò che sarebbe veramente interessante, salotti snob frequentati da leccaculo di professione, amichetti di politici o industriali. E poi ancora: canuti vecchietti che vogliono insegnare il futuro e la modernità, sodali di pregiudicati che discettano sull’onestà, raccomandati patentati che saltellano di redazione in redazione grazie a un cognome potente. E infine ma soprattutto: coltivatori dell’ignoranza, perchè questi codardi attaccati alla scrivania con l’ignoranza ci campano due volte: prima quando chiudono gli occhi per non vedere e poi quando si tappano la bocca per non parlare. Le eccezioni non sono poche: sono rare. E alla resa dei conti siamo tutti orfani del povero Mino Pecorelli.

MinoPecorelli

Alla fine la realtà è solo una e molto triste, perchè se volessi ascoltare Springsteen potrei sempre accendere lo stereo; se volessi attraversare highway deserte e polverose potrei sempre volare fino a New York e improvvisare un coast-to-coast in Cadillac; ma se volessi nutrire spirito e intelletto con un po’ di giornalismo vero per riscoprire il profumo della verità – anche quella più scomoda – allora l’unica soluzione sarebbe quella di sorbirsi film pallosi come Una sola verità.

Allora sapete cosa vi dico? Per una volta, ben vengano i film pallosi.

Voto: 7

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31 pensieri su “Una sola verità. O nessuna. O centomila.

  1. Sul giornalismo sono stati fatti tanti film, spesso acclamati dalla critica. I primi che mi vengono in mente sono:

    Tutti gli uomini del presidente
    L’asso nella manica
    Diritto di cronaca
    Dentro la notizia
    Delitto in prima pagina
    Scoop
    Good night and good luck
    State of play
    La regola del gioco
    Truth
    Il caso Spotlight

    Di tutti questi ho visto soltanto l’ultimo. Questo perché spesso i film sul giornalismo vengono spoilerati prima ancora dell’uscita, con i telegiornali che dicono frasi come “Il film sull’inchiesta che portò alla condanna di…”
    Ecco, questo è un altro tratto comune dei film sul giornalismo: sono spesso tratti da storie vere. So che per te questo è un lato negativo: per me invece è un bene, perché quando la storia è realmente accaduta mi sento immediatamente più coinvolto nella trama.
    Riguardo al giornalismo nostrano, come darti torto… purtroppo, come hai detto tu, i nostri giornalisti spesso non sono altro che dei leccaculo col tesserino, oppure dei militanti schierati a prescindere, sempre pronti a sminuire gli scandali della corrente politica a cui appartengono o ad ingigantire quelli della coalizione a loro avversa.
    Un giornalista che esce da questo schema ci sarebbe anche: alludo ovviamente a Travaglio, che critica destra e sinistra con la stessa abrasività, senza fare favoritismi. Tuttavia, purtroppo Travaglio è di una tale antipatia e di un tale disfattismo che molti italiani non gli danno credito, o addirittura girano canale al solo vederlo apparire in video.
    P.S.: Anch’io ho pubblicato un nuovo post: https://wwayne.wordpress.com/2016/04/03/confessioni-di-un-tamarro/. 🙂

    1. Effettivamente le storie vere per me sono (sarebbero) un deterrente. In tutta onestà, sono film che in sè e per sè non riesco proprio a gradire: ritmo, trama, personaggi, ambientazioni, regia. Tutto ha un’estetica lontana da i miei gusti.
      Tuttavia è questa figura del giornalista cazzuto e brillante, affamato di verità e disposto a rimetterci pur di divulgarla che mi intriga da paura e quindi me li vedo tutti, spesso non apprezzandoli (ad esmepio inserii Tutti gli uomini del presidente nella lista dei film che piacciono a tutti tranne me) in quanto film ma ammirandoli per quello che rappresentano. Come nel caso di Una sola verità (che per altro non è tratto, a differenza di molti altri film del genere, da una storia vera).

      Riguarda a Travagli: avrebbe in sè i crismi del giornalista investigativo cazzuto che mi piace tanto, tuttavia non lo è e non lo sarà mai e i motivi sono sostanzialmente: uno superficiale e l’altro radicato.
      Innanzitutto Travaglio è saccente e presuntuoso, è il classico professorino “sòtuttoio” che non ammette dibattito e si pone non già con l’idea di spiegare o far capire bensì di dimostrare di essere il più bravo a far qualcosa, se non addirittura l’unico in grado di farla. Questo fa si che risulti immediatamente antipatico, generando un’idiosincrasia che, almeno nel mio caso, mi impedisce di starlo ad ascoltare o leggere per più di 2 minuti.
      L’altro è che il modo in cui racconta le sue storie denota un sadismo di fondo che mi fa sospettare non poco della sua effettiva integrità. Il giornalista investigativo dovrebbe, per l’appunto, investigare e la scoperta del misfatto dovrebbe essere sussidiaria alla ricerca. Nel caso di Travaglio invece accade l’esatto contrario: lui VUOLE trovare il misfatto, un misfatto qualunque, e piega le sue ricerche in tal senso. Il misfatto, per Travaglio, non è mai la risposta, bensì la domanda e questo per me dimostra una malcelata malafede nei suoi lavori che sarebbero altrimenti meritevolissimi.

      PS: ora corro a leggere il tuo articolo. Ultimamente non mi compaiono più sulla lista dei blog che seguo pur avendo verificato che il tuo blog è tra quelli che seguo. Che cosa starna. Mi sa che mi tocca fare la sottoscrizione via e-mail per evitare di perdermi i tuoi articoli 🙂

      1. Hai descritto perfettamente i 2 principali difetti di Travaglio. Riguardo al primo, ti dirò che l’atteggiamento da professorino, inteso come persona che ti fa calare dall’alto il suo sapere, non ce l’abbiamo più nemmeno noi che i professori lo facciamo di mestiere. Anche noi infatti ci siamo accorti che questo modo di trasmettere informazioni ci rende antipatici ai nostri interlocutori (in questo caso gli studenti), e soprattutto trasforma questi ultimi in dei soggetti passivi, ai quali è richiesto soltanto di stare zitti e ascoltare.
        Adesso va per la maggiore un altro tipo di insegnamento, basato su una ricerca della conoscenza che il professore fa INSIEME ai propri alunni, e in questo processo magari questi ultimi arrivano a formulare delle teorie e dei ragionamenti più brillanti di quelli che ha sviluppato lui mentre preparava la lezione.
        A questo stile di insegnamento ho aderito anch’io, e ti dirò che, ogni volta che un mio alunno mi supera in intelligenza, io provo una grandissima emozione. E’ senza dubbio uno dei lati più belli del mio lavoro.

      2. Indubbiamente quello dell’insegnante è un mestiere complicato.
        Gente come TRavaglio o i professori vecchio stampo non capiranno mai che la conoscenza non può essere INCULCATA bensì che va TRASMESSA in un’atmosfera di comunione e condivisione.
        Sembra un concetto elementare però spaventa molti, perchè “il vecchio stampo” garantisce una posizione di potere e supremazia.
        In fondo è risaputo che è più facile suscitare paura che ottenere rispetto…

  2. I VERI giornalisti nostrani, credo che oramai se ne siano tutti andati. Tutti i nuovi talenti, in un modo o nell’altro finisco per essere travolti nel circolo vizioso dei potenti che controllano il quarto potere. Non sono proprio convinto che i giornalisti americani siano come ce li fanno vedere nei film, perché credo che anche lì sono abbastanza travolti dal potere, ma di certo come dicevi tu, è bello crederlo.
    Anche a me piacciono questi film, anche se quelli troppo lenti non sempre ce la faccio a seguirli, a meno che non siano veramente interessanti…

    1. Come spiegavo a Wayne, neanche io amo queste opere in quanto FILM, le apprezzo solo in quanto affreschi di una realtà che mi piacerebbe vedere anche qui in Italia.
      Sicuramente il cinema edulcora e ingigantisce certi fenomeni e l’integrità di certe categorie, tuttavia non credo che la stampa americana in particolare e anglosassone in generale sia vittima del servilismo fanatico e opportunista che ammorba i giornalisti italiani, sia quelli di politica che di cronaca che di sport che di finanza.
      In fondo questi brutti film ci danno un’illusione, magari breve, ma pur sempre piacevole, ed è per questo che spesso mi ritrovo a guardarli senza volerlo.

  3. Questa recensione la sento mia. Perché? Beh, in qualche modo, pur essendo italiano, sono riuscito ad appassionarmi al giornalismo. Forse, chissà, anche grazie a film come questo. Ma il punto è: diventerò mai un Giornalista? E con questo non intendo semplicemente ottenere l’iscrizione all’albo, no, troppo facile. Essere un giornalista è, almeno dovrebbe essere, una condizione, un modo di agire e di pensare, uno stile di vita che mira ad informare e prova a farlo davvero, con distacco, oggettività e puntualità. Io ci proverò, con tutte le mie forze…staremo a vedere!

    1. Caro Davide, i tuoi progetti sono nobili e lodevoli e se da un lato ho la certezza che tu abbia “le carte in regola” per diventare un ottimo giornalista (ho letto i tuoi post, quindi parlo con cognizione di causa), dall’altro lato sono certo che tu perseguirai i tuoi progetti con la stessa integrità che dimostri ora.
      Ovviamente il mio augurio di riuscire a realizzare quanto desideri è scontato, così come la speranza di poterti leggere su qualche grande testata e poter fare un po’ lo spaccone (spero mi perdonerai) dicendo: “ehi, io questo qui lo conscevo quando ancora era solo un bloger e già allora era una tosto”.

      Dopo questo preambolo che ai più sciocchi potrà sembrare solo ruffiano ma che a chi conosce sia me che te sembrerà solo una gentile constatazione di un dato di fatto, mi soffermo su due concetti che hai espresso nel tuo commento e per i quali ti ringrazio.
      Iscrizione all’albo: purtroppo quella dei giornalisti è una casta vera e propria, come quella degli avvocati o dei notai e l’albo dei giornalisti (così come dei pubblicisti) è solo uno strumento fatto ad uso e consumo di chi questa casta vuole governarla. La mia unica speranza è che, fra qualche anno, quando tu avrai compiuto il tuo percorso e saresti abile per iscriverti all’Albo, ciò non sarà più necessario perchè tale Albo è stato stracciato. Sarebbe una conquiesta per te come per tutti quelli che intendono fare questo mestiere con onestà.

      Oggettività: l’oggettività nel giornalismo non esiste, è una chimera. Simpatie, pregiudizi, esperienze personali, stato d’animo, etc etc. Sono innumerevoli i fattori che condizionano chi espone un fatto e solo credere di poterli ignorare sarebbe da ingenui. Il giornalista ONESTO saprà raccontare i fatti tenendo conto di questi fattori e rendendone partecipe il lettore. Il giornalista BRAVO saprà, oltre a questo, essere anche in grado di esporre i fatti presentandoli da diverse angolazioni dando modo al lettore di farsi un’idea se non giusta almeno completa.

      Spero perdonerai il tono pontificatore che ho assunto… è figlio dell’età (mio malgrado ho qualche annetto più di te), di un lontano passato trascorso nella sede cittadina del Resto del Carlino, del disincanto del piccolo (ma proprio piccolo, posso giurarlo) rimpianto per non aver insistito nel mio sogno adolescenziale di essere un giornalista.
      In bocca al lupo amico 🙂

      1. Grazie lapinsu! Come sempre i tuoi complimenti e le tue riflessioni non sono banali. Condivido sia la tua riflessione sul l’iscrizione all’albo (su cui si potrebbe allargare il discorso, visto che ormai quello dei professionisti sembra inaccessibile ed ormai i giornalisti sono tutti pubblicisti o aspiranti tali), ma soprattutto condivido la tua riflessione sull’oggettività. È impossibile, quando si parla, si scrive, si comunica in genere, essere totalmente oggettivi, non siamo macchine. Un giornalista, però, deve essere chiaro nell’esporre i fatti, presentando, come dici tu, più punti di vista per far nascere un’idea, un’opinione personale, in ciascun lettore, non necessariamente uguale a quella dello stesso autore dell’articolo letto.

        Ah, ovviamente, crepi il lupo!!!

        P.S. da come parli, la tua esperienza giornalistica non ti ha soddisfatto più di tanto, ma comunque, se non sono troppo indiscreto, vorrei chiederti come sono stati, per te, gli anni passati al Resto del Carlino e cosa ti ha fatto rinunciare al tuo sogno giornalistico

      2. Non sei affatto indiscreto Davide.
        Sinteticamente: entrai in redazione in punta di piedi non già con ambizioni di chissà che, mi bastava imparare. E qualcosa effettivamente imparai, non solo su come si lavora in una redazione ma – soprattutto – come funzionano certi ambienti: politica, sponsor, correnti, invidie, soprusi.
        L’ingenuità dei miei 21 anni fu bruciata in poche settimane e la disillusione prese il sopravvento: per fare quel mestiere servivano troppi compromessi che allora come oggi non saprei proprio accettare.
        A tutto questo aggiungi poi:
        a. un caporedattore veramente stronzo
        b. i miei impegni universitari
        c. l’idiosincrasia che mi generava il software per scrivere articoli, un twitter antelitteram, che quando superavi i caratteri consentiti ti evidenziava tutto in rosso facendo salire la bile al mio ego e al mio cervello che partoriva parole in preda alla logorrea…

        Col tempo però ho capito anche un’altra cosa: che neppure io ero tagliato per quel tipo di lavoro.

  4. Un mio amico geologo di Chiaravalle, particolarmente simpatico ed irriverente (mio ex-compagno di appartamento ai tempi dell’università e che aveva fondato un suo gruppo studentesco e libertino chiamato G.P.S., acronimo ambiguo per Gruppo Proletario Sfasciacarrozze, per il quale disegnai a suo tempo il logo, un martello, attorno alla cui impugnatura c’era una fascia colorata con incise le parole greche in ablativo “biò, oinò, edonè” ossia “per la vita, per il vino, per il piacere”), nel tentativo di descrivere la straordinaria bellezza del posteriore della Beckinsale (eravamo reduci dalla visione dei contenuti extra del dvd del primo “Underworld”, nei quali, in una clip scherzosa, la Kate si china a 90°, esibendo provocatoriamente alla cinepresa il suo didietro inguainato nel latex), orbene, non trovando altri termini più incisivi, egli sentenziò “La Beckinsale quando caga fa i bignè”, consacrando il suo popò ad una sorta di feticcio divino dalle proprietà sovrannaturali e non la parte fisica che in tutti i comuni mortali esplica anche funzioni coprologiche di basso profilo.

    Questo giusto per sottolineare il mio pensiero sulla Beckinsale e per tenere sempre alto il livello di OT dei nostri commenti.

    Sul tuo articolo, invece, per altro anche abbastanza succinto in confronto ad altri, ho trovato adorabile il sotto-testo personale, nel quale si evince comunque il rispetto, anche per via dell’esperienza giornalistica che hai avuto, con un certo tipo di indagine e di resoconto verità da inchiesta d’assalto, che, indubbiamente, ha reso tutta la professione del giornalista sempre in bilico tra marchetta ed eroismo.

    La tua chiusa poi è quasi un mea culpa, dolcissimo, come un pugile che ammette di cogliere anche piccole margherite con le manone con cui sferra colpi fortissimi ed in fondo è bello sapere che chi riesce a tessere le lodi a volte dell’inlodabile (e penso a certi film fracassoni & simpatici) nasconde un cuore di impegno civile che palpita anche per i ritmi lenti e lentissimi del narrato realistico.

    Il film non l’ho visto e non saprei giudicarlo, ma la recensione è una piccola perla pregiata.

    1. Dovrei presentare questo tuo amico di Chiaravalle ad un mio carissimo amico fin dai tempi dell’infanzia il quale, durante una delle primissime uscite notturne della mia adolescenza (avrò avuto 15 anni o giù di lì) mentre sorseggiavamo birra scadente da una bottiglia trafugata da casa, sentenziò:
      LE DONNE NON CAGANO
      Quel commento concludeva un ragionamento più ampio che, annebbiato dai primissimi fumi dell’alcol della nostra vita, verteva sulle proprietà estetiche e metaforiche del culo femminile in generale e, più in particolare, di uno specifico culo che avevamo visto poco prima ondeggiare divinamente sotto la schiena di una delle ragazze più carine del quartiere. Questo mio amico, dopo aver lungamente discettato su tutte le ragioni visive, pratiche e lussuriose che inducono il maschio ad ammirare il fondoschiena femminile, concluse che il culo di una donna doveva avere proprietà metafisiche, quindi divine. La logica conclusione di quel sillogisma era che da un culo femminile non potesse uscire la cacca. La cosa più sconvolgente era che la sua non era un’iperbole, bensì una radicata convinzione che si trascinò per anni e che, arrivati alla quarta o quinta birra, avrebbe anche saputo dimostrare in termini scientifici e biologici. Fu solo col tempo e dopo le prime esperienze sessuali e di convivenza con l’altro sesso che il mio amico la smise con la sua crociata contro la “defecatio feminina”.

      Tra l’altro ricordo che anche io e te avemmo di che discutere in merito al popò della Beckinsale comparato a quello della Biel. Credo fosse sul post di M:I5 e dato che nell’una nè l’altra abbiano preso parte a quel film o a una delle precedenti pellicole della saga, dimostra l’atavica tendenza all’off topic.
      E’ quindi vero che ERMENAUTI si nasce, non si diventa.

      Tornando invece “in topic” debbo dirti che questo genere di film è forse l’unica forma di masochismo cinematografico che so infliggermi.
      Di merda ne guardo tanta ma lo faccio perchè, in fondo, mi piace.
      Le storie vere invece le aborro con tutto il cuore e il cervello e il ritmo di questi film sul giornalismo d’inchiesta schianterebbe pure i coglioni di un elefante. Tuttavia rappresenta un esercizio di apprendimento intellettuale che reputo fondamentale e al quel, periodicamente, ho bisogno di tornare.
      Per fare una metafora spiccia: per me questo genere di film è come il pesce, non mi piace ma ogni tanto bisogna pur mangiarlo…

      1. I tuoi commenti sono talmente ben scritti, così divertenti ed assieme così profondi, da rendere quasi obbligatorio Il desiderare che periodicamente possano essi essere raccolte in un volume, cose gli elzeviri di Arbasino ho le bustine di Minerva di Eco!
        Esimio collega ermenauta, sappi che quando parlo con i miei amici, io mi faccio vanto di conoscerti e ringrazio la sorte di avermi fatto incontrare una bella persona come te!

      2. Diversamente, io non ringrazio mai la sorte di averti messo lungo il sentiero della mia vita. E neppure tesso le tue lodi con i miei amici. Anzi.
        – Ehi Gianni è un pezzo che non ci si vede! Dove stai?
        – Zitto va, lasciami perdere… C’è quel diavolo di un Kasabake che mi ha consigliato una serie di film sul cinema messicano e non ho saputo resistere

        oppure

        -Tò, chi non muore si rivede. Dove cazzo sei stato tutto sto tempo Gianni?
        -Lascia stare, non ti ci mettere pure tu, percaritadiddio, che ho appena finito di litigare con mia moglie
        – E come mai?
        – Niente è che ho iniziato a vedere una nuova serie tv e ci sono rimasto sotto di brutto, un episodio dietro l’altro senza soluzione di continuità. Figurati poi che manco la volevo vedere, che a me di Supergirl non me ne è mai fregato niente, poi però Kasabake – sempre lui, maledetto!!!!! – ha iniziato a sussurrare alle mie orecchie parole al miele ed io non ho saputo resistere. Oddio, inizialmente ci ho anche provato e con successo, ma alla lunga ho ceduto. Se non altro lei – Supergirl – è una gran bella patatina…

      3. Visto il primo episodio, kasa, non ho resistito.
        Non è eccessivamente bionda ma è indubbiamente bella. E ti confesso che la preferisco “in borghese” senza mantello e minigonna. Sarà che quel costume mette un po’ soggezione… chissà…

      4. Se la si prende per ciò che è davvero ossia un divertissement puro e semplice, la serie alla fine non è quella tremenda ciofeca di cui si è parlato nel web… io personalmente la uso come antistress, per staccare con il cervello e con i ragionamenti difficoltosi ed abbandonarmi ad un relax più infantile… ecco, in questo Supergirl è una fiction assolutamente onesta, che non promette più di quello che effettivamente dà…

      5. Ovviamente d’accordo, anche perchè se piacesse per altri motivi oltre a quelli da te espressi bisognerebbe subito fare qualche esame volto a ricercare prodromi di follia o disturbi psichici potenti.

        Debbo fare un unico appunto al buon Berlanti: il Jimmy Olsen afroamericano non c’azzecca una mazza…

      6. Quella è la moda ormai, mio buon amico, come per la torcia umana dei nuovi fantastici 4 o come per Roland il cavaliere della Torre Nera, anch’egli afroamericano

      7. Concordo, ma la scelta di Idris Elba per Roland mi ha toccato nel cuore… nessuno discute sulla bravura dell’attore, che tutti abbiamo apprezzato nella meravigliosa fiction britannica, nonché in altri ruoli cinematografici, ma semplicemente il personaggio di King non è afroamericano

      8. Neppure io ho esultato per la scelta di Elba per gli stessi motivi, tuttavia l’idea di vedere Matthew McCoso nel ruol dell’Uomo in Nero ha quasi completamente ripagato lo sdegno.

      9. Comunque ho gradito, se non si era capito… non solo lei, ma anche l’episodio.

        BERLANTI ormai lo considero un MAESTRO DI VITA

      10. Guarda, amico e collega, lo dico sottovoce, ma Supergirl e Flash si stanno giocando lo stesso mood spensierato e secondo me vincente… poi, è chiaro, che le trame ed i personaggi hanno lo stesso spessore della sfoglia velo di un tortellino fatto da maestro, ma quando si è un po’ stanchi delle seghe mentali degli Eroi problematici Marvel, in stile Agents of Shield, Berlanti è la cura!

      11. E difatti ormai The Flash paga da bere ad Arrow, serie tv ottima agli inizi ma ormai imbolsita dietro a clichè troppo forzati e personaggi sempre più patetici.
        A sto punto son curioso di sapere che taglio ha dato il nostro Berlanti a LoT.

  5. La dettatura vocale crea mostri grammaticali da penna rossa… mi sono sparato un bel “ho” con tanto di acca verbale al posto del solitario e semplice “o” di congiunzione.

    L’essere OT penso che sia una necessità comunicativa risalente all’epoca delle pitture rupestri e dei primi vagiti comunicativi dell’uomo… sono abbastanza certo che, mentre la maggioranza dei membri anziani della tribù stava discutendo su come evitare gli attacchi di una tigre dai denti a sciabola, un nostro antenato ermenauta stava già divagando producendo esempi di variazioni architettoniche della volta della grotta…

    1. Confesso che ho sempre fatto strafalcioni con l’H verbale prima della O ma soprattutto prima della A e di ANNO.
      Non già perchè non sapessi distinguere tra voce verbale e congiunzione, bensì perchè sono un inguaribile pasticcione.
      Ricordo che riuscii a commettere l’errore anche nel tema di maturità, nonostante l’avessi riletto più volte, anche al rovescio. Mi salvò la brutta copia, che consegnai per scrupolo e nella quale, per fortuna, avevo scritto bene….

  6. Il tuo grido accorato e malinconico a favore della verità mi ha colpito! Grazie Lap perchè hai dato parole a sentimenti che nutro ma che non so esprimere così bene come hai fatto tu!

    Un caro abbraccio 🙂

  7. Invidio con ammirazione alcuni film intimistici che ti fanno scordare che nn sei in Francia ma in California e che il bianco e nero è il c(a)olore della vita e … insomma emozionarsi e immedesimarsi è scaramantico.
    So che la tua Signora nn disdegna e tu neppure…..fidati

    Shera

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