C’era una volta Il Pirata…

C’era una volta un ragazzo minuto e con pochi capelli. Ma aveva un cuore così grande da trasformare le stelle in emozioni ed illuminare così di magica luce l’intero universo.

Lo chiamavano Il Pirata.

pantanipirata

Lui non andava in bicicletta, nè pedalava: Marco Pantani danzava. Sui pedali e sul cuore dei tifosi, muoveva passi che tracciavano piroette ed evoluzioni dal fascino romantico, come un mito senza tempo che trova manifestazione in un riverbero di luce troppo forte per essere guardata a lungo.

Marco Pantani non era un ciclista: era un poeta. Perchè come i poeti aveva il dono di prendere le emozioni, modellarle con gesti aggraziati e sapienti, quasi ad occhi chiusi, e poi restituirle più belle e più durature. Vederlo alzarsi sui pedali ed affrontare la salita più ripida con la leggerezza di un Rudol’f Nureev, non era una semplice impresa sportiva ma un’opera d’arte. Il Mortirolo, l’Alpe D’Huez, il Mont Ventoux, il passo Pordoi, il Galibier, l’Aprica non sono semplici traguardi o fuggevoli vittorie, bensì rappresentano gli spigoli luminescenti di un diamante grezzo che non ha avuto il tempo di sprigionare tutta la propria rutilante bellezza.

marcopantanimortirolo

Se siete stati testimoni di quelle imprese, se avete visto con i vostri occhi quella pedalata trasformarsi in una melodia di Chopin e vi siete persi in tale beata quanto assurda metamorfosi, allora il mito e la leggenda si confondono fino a donare forma e sostanza al sogno. Perchè Marco Pantani era un sogno ad occhi aperti. Le sue imprese e le sue vittorie non scrivevano solo nuovi capitoli di almanacchi sportivi perchè rappresentavano la trascendenza dell’umana natura mentre si realizzava in qualcosa di più nobile e immortale, fino a toccare l’empireo.

E quando ricordate Il Pirata pensate sempre ad un fiore, un fiore troppo bello e così splendido da essere destinato ad appassire presto, perchè troppa bellezza può accecare e troppo amore può perfino uccidere. Ma solo il corpo muore mentre il sogno e la leggenda si ammantano di nebbia diventando favola e poi mito, il mito di Eroi, che non esistono più se non nella memoria.

Voglio immaginare Marco Pantani seduto sulla sua bicicletta, sorridente, tra una schiera di stelle che illuminano gli occhi e scaldano il cuore. E mentre Il Pirata si alza un’ultima volta sui pedali riesce infine ad insegnarmi che le salite vanno solo prese nel verso giusto perchè, in fin dei conti, sono solo discese al contrario.

Riposa in pace, Marco.

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14 pensieri su “C’era una volta Il Pirata…

  1. Quando leggerai questo mio commento, io sarò già lontano, in una località sconosciuta, ma era per me importante che tu potessi comunque ricevere queste mie righe in risposta al bellissimo post che hai realizzato!
    Ora che sto scrivendo sono le 10:30 del mattino, del 14 febbraio, giorno di San Valentino ed Anniversario dalla morte del grande Pantani: circa mezz’ora fa, mi è giunta sullo smartphone la notifica della pubblicazione di un tuo nuovo post su WordPress ed avendone riconosciuto l’oggetto, mi ci sono buttato a capofitto!
    Ho scritto queste righe dettandole al telefono e le spedirò a breve al mio sodale, affinché egli possa correggere i tanti inevitabili errori di battitura (mi accade sempre quando scrivo con lo smartphone) e che possa poi postare il tutto il giorno successivo, cosa che, sei stai appunto leggendo adesso, è davvero accaduta.

    Parlavo dell’oggetto del tuo post ed è cosa davvero strana per me (da una stirpe in linea paterna dedita allo sport, con un antenato ex-allenatore del Milan ed un padre campione di canottaggio, io sono la persona meno dedita agli sport che esista, sia come non-praticante che come non-spettatore e non-tifoso) entusiasmarmi per un articolo sportivo, perché tale è il tenore del tuo pezzo, nel quale sono quasi del tutto assenti i commenti sulla tragica e misteriosa morte del campione (che avrebbe dato una virata verso la cronaca nera all’articolo) e nemmeno alle oramai comprovate ingerenze della camorra nella vicenda che portò lo stesso Pantani alla sua roboante caduta nella tragedia: nel tuo ricordo c’è solo l’enormità di questo scalatore ed io l’ho letto con la stessa passione con cui ascolto su Sky, quando posso, i servizi di Federico Buffa, quelli che appaiono sul canale Sky Arte, con i suoi elzeviri a mio avviso mirabili dedicati alla vita ed alle opere di grandi campioni sportivi.

    Ecco, questo per me era importante dirti: la tua non è retorica strappalacrime, ma vigore e passione celebrativa di un’eccellenza del ciclismo, di uno ciclista amato in Italia e persino in Francia, un primatista che io davvero, lo giuro, non ho mai seguito e del quale, da perfetto anti-sportivo, mi sono colpevolmente accorto solo quando il suo nome fu abbinato a vicende oscure e terribili…

    Leggerti è stata una boccata d’ossigeno ed un restituire dignità della memoria ad un uomo che nel mio immaginario era solo un nome altisonante protagonista di una vicenda schifosa, in cui il coraggio e la tenacia di un singolo atleta vengono letteralmente umiliate e sconfitte, non già da un avversario di sport altrettanto valente, ma dalle vigliacche e meschine manovre di sub-umani mafiosi che, per puro mercimonio sulle scommesse clandestine (morbo che ahimé affligge tutti, ma tutti, gli sport), hanno finto il doping di un individuo puro ed onesto, macchiandone per sempre la fama, pur di escluderlo dal primato.

    Pantani, il pirata, per me che vivo da anni a Bologna è stato anche il simbolo della sponsorizzazione della catena di grandi magazzini Mercatone Uno, che dopo la morte del ciclista andarono anche falliti (non senza interessanti coincidenze), gettando ulteriori ombre oscure sulla figura di uno sportivo che andrebbe ricordato invece solo come candido, illuminato, portentoso, come hai fatto tu, con stile impeccabile.

    Come il tuo post precedente, anche questo temo raggiungerà ben pochi consensi, ma cosa importa, in fondo, no? Ne abbiamo già parlato la volta scorsa…

    Fama di loro il mondo esser non lassa;
    misericordia e giustizia li sdegna:
    non ragioniam di lor, ma guarda e passa.

    1. Spero che il tuo sodale – sulla cui identità ancora è fitta la coltre di nebbia – abbia modo di girare a te la mia risposta perchè il pensiero di risponderti senza la certezza che tu possa leggere le mie parole è un po’ straniante, come quando parli al telefono e solo dopo qualche minuto ti accorgi che è caduta la linea e che stai parlando al vuoto dell’etere.

      Detto questo, non posso che arrossire innanzi all’azzardato paragone col quale mi hai accostato niente popo’ di meno che a Federico Buffa, massimo cantore delle gesta sportive. Ritengo il complimente immeritato, comunque lo piego con cura e lo custodisco nel vano segreto del mio portafoglio come prezioso santino di autostima e fiducia in se stessi.

      Concludo con una piccola chiosa sul tema del mio post (stavolta faccio l’ermenauta al contrario…) perchè il candore con il quale hai assolto Pantani mi ha quasi commosso.

      Negli anni 90, proprio grazie al Pirata, la mia passione per il ciclismo era pari quasi a quella per il calcio: figurati che all’indomani del mio quattordicesimo compleanno anzichè il motorino agognato da tutti i miei coetanei, i mi comprai una costosissima bicicletta con cui compivo lunghissime passeggiate fantasticando imprese alla Pantani…
      Tuttavia la passione non mi ha impedito di riconoscere il marcio profondo che c’è in questo sport fino a raggiungere l’amarissima conclusione che tutti i ciclisti sono dopati, dal primo all’ultimo. Il fenomeno ormai è talmente radicato che, paradossalmente, il doping non falsa il risultato finale: ciò che cambia non è l’ordine d’arrivo ma solo la velocità media con cui i corridori concludono la tappa.
      Pantani era dopato, quindi, come tutti i suoi colleghi. E’ dell’anno scorso il risultato postumo effettuato sui campioni di urine dei primi 10 classificati al tour del 98 (quello vinto da Pantani, appunto) dal quale emerse che i corridori erano tutti dopati solo che con gli strumenti di allora non era stato possibile rilevare le sostanze proibite. E proprio per questo motivo – ovvero la capillarità della diffusione del problema – che gli organizzatori decisero di non revocare il tour di Pantani (come invece avevano fatto con i 7 tour vinti da Armstrong).

      Il problema, quindi, va spostato non gà sul fatto che lui si dopava (come tutti gli altri, ripeto) ma sul fatto che lui sia stato crocifisso per anni.
      Politica, sponsor, scommesse: molti sono stati i fattori che hanno determinato l’accanimento contro il Pirata.
      E alla fine restano soltanto due cose:
      – le imprese di un atleta che non ha avuto eguali nella storia del ciclismo moderno perchè, come ebbe a dire lo storico CT della nazionale italiana di ciclismo Martini che in gioventà fu gregario addirittura di Coppia, “io in salità non ho mai visto nessuno andar così forte”.
      – la fragilità di un ragazzo che nella vita sapeva fare solo una cosa – pedalare – e che una volta che quel sogno è svanito è rimasto senza niente in mano finendo con l’avvitarsi in un percorso autodistruttivo che l’ha portato ad una tragia quanto purtroppo inevitabile prematura scomparsa.

      Io a Pantan volevo bene e gliene voglio tutt’ora perchè aveva il dono di scaldare il cuore e questo ricordo non potrà essere mai rovinato da chicchessia.

  2. molto bello quello che hai scritto: lo hai fatto diventare quello che era veramente, e non come lo hanno distrutto. In Italia quando abbiamo un vero campione, si fa ogni cosa per mettergli i “bastoni fra le ruote”, invece che tutelarlo come fanno all’estero. Me lo ricordo benissimo ed ero un suo tifoso e probabilmente è stato l’ultimo ad emozionarmi.
    Come lui non ci sarà nessun altro…

    1. Hai tristemente ragione: siamo un popolo che ha la tendenza ad accanirsi contro i suoi monumenti (non solo nello sport, ma anche nell’arte figurativa, nella letteratura, nella musica).
      Ho sempre trovato nauseante leggere o ascoltare i peana di corridori e giornalisti (su tutti la “buon” anima di Cannavò) elogiare Pantani da morto mentre quand’era in vita lo avevano crocifisso ogni giorno.

      Ti confesso che dopo Madonna di Campiglio (episodio veramente vergognoso) il mio amore per il ciclismo cominciò a scemare gradualmente ma dopo la morte di Marco cessò del tutto. Da allora ho seguito poco o niente il mondo delle due ruote perchè il sistema usato per far fuori (intendo sportivamente) Pantani è stato vigliacco e subdolo.
      Voglio dire, Cipollini ha chiuso la carriera da campione del mondo quando lo sanno pure i sassi che era dopato come un cavallo… eppure è rimasto un monumento. Stesso discorso vale per Indurain. Loro sono stati santificati perchè erano personaggi “comodi” mentre il Pirata è stato messo al rogo perchè era “sfacciato” e non faceva comodo a nessuno.
      Un peccato sportivo, ma soprattutto umano, perchè Pantani c’ha rimesso la salute prima e la vita poi per questa faccenda.
      Una storia triste, tristissima. Che però è sovrastata dalle imprese sportive del Pirata e dalle emozioni che ha saputo trasmettere durante la sua breve carriera.
      Un gigante.
      E come tale avrà sempre un posticino speciale nel mio cuore di tifoso.

  3. Concentrato com’ero sui vincisgrassi (che erano ottimi anche oggi), mi sono accorto soltanto adesso di questo tuo post, e soprattutto dell’interessante dibattito che ha generato nei commenti. A tal proposito, mi unisco a te nello stigmatizzare uno dei difetti più odiosi del nostro popolo: l’invidia tipicamente italiana per chi ce l’ha fatta.
    Negli altri paesi gli uomini di successo vengono guardati con ammirazione, qua invece chi raggiunge un traguardo straordinario riceve soltanto accuse, attacchi, insulti e soprattutto tanto, tanto odio. E’ la naturale reazione del mediocre davanti alla persona di successo: non potendo eguagliarla, l’unico modo che ha per ridimensionare la propria frustrazione è denigrarla e sminuire i suoi successi.
    Pensiamo ad esempio alla povera Elisabetta Canalis: quando conquistò uno degli uomini più belli del mondo, la reazione più naturale degli italiani sarebbe stata quella di gioire per una loro connazionale, che era riuscita laddove metà delle attrici di Hollywood aveva fallito. E invece cosa successe? Che gli italiani non fecero altro che gettare insinuazioni sulla loro storia, dicendo che Clooney faceva finta di stare con lei per coprire la propria omosessualità, e che la Canalis stava al gioco per avere visibilità. Una storia inventata di sana pianta, che si sparse a macchia d’olio non perché la gente ci credesse, ma perché faceva piacere un po’ a tutti il fatto di aver trovato un modo per “sporcare” il successo della Canalis. Tra l’altro, per rovinarle la festa avevano scelto davvero un pettegolezzo poco credibile: un attore poteva sentire il bisogno di coprire la propria omosessualità 50 anni fa, ma adesso la cosa è ampiamente accettata. Insomma, una vera piccineria.
    E’ successa la stessa cosa a Francesco Gabbani, vincitore dell’ultimo Sanremo. Neanche 24 ore dopo la sua vittoria, i soliti professionisti della critica avevano già sfornato due accuse di plagio: il testo sarebbe copiato da una canzone di Battiato, l’idea del gorilla dal video di un cantante della stessa casa discografica di Gabbani. E se anche fosse? Sarebbero comunque dei plagi non clamorosi, niente per cui valga la pena di innescare la macchina del fango. Ma il punto è proprio questo: agli italiani PIACE innescarla, e quindi non sentono neanche più il bisogno di trovare un pretesto credibile, ogni scusa è buona per demolire il vincente del momento.
    Se impareremo ad essere orgogliosi dei nostri eroi e delle nostre eccellenze, e soprattutto a liberarci da questa tendenza a lamentarci e far polemiche sul nulla, il nostro paese avrà uno slancio positivo che nessuna riforma potrebbe garantire.

    1. La tua disamina è assolutamente ineccepibile e testimonia – non che ce ne fosse ancora bisogno – l’impoverimento etico che sta affliggendo il nostro Paese.
      Invidie, ripicche, egoismi, gelosie, cattiverie: tutti gli ambiti della vita pubblica sono funestati da comportamenti meschini e eticamente discutibili.
      Non so di preciso quali siano le ragioni sociali e culturali che stanno dietro questo fenomeno e posso solo fare illazioni.
      Ad esempio, sono convinto che l’italiano medio oggi sia molto più ignorante dell’italiano medio di 50 anni fa. O meglio: forse oggi l’italiano è più istruito ma non a sufficienza per reggere il passo del mondo globalizzato. L’italiano medio degli anni 60, quindi, anche se era più ignorante reggeva bene il colpo perchè quel poco che sapeva, bastava.
      Ed è proprio questa mancanza di cultura e conoscenza che impedisce all’italiano medio di trovare basi solide per assumere comportamenti eticamente più corretti.

      Ma ripeto, le mie sono solo illazioni: per avere una risposta più precisa bisognorebbe consultare sociologi e psicoanalisti….

      1. A mio giudizio la cultura può aiutare ad instradare una persona verso un comportamento eticamente corretto, ma è un altro il fattore che più di tutti determina l’etica di una persona: l’educazione familiare. E dato che da tempo in Italia le famiglie si sfasciano con facilità estrema, poi non possiamo stupirci se le conseguenze sono queste.
        Intendiamoci: non è che due genitori separati non possono insegnare l’etica ai propri figli, ci mancherebbe altro. Ma dato che molte separazioni avvengono in un clima invelenito al massimo, con le mamme che mettono i figli contro il padre o comunque li fanno crescere in un clima di forte conflitto tra le due figure genitoriali, poi è quasi inevitabile che vengano su dei figli gonfi di rabbia. Ed è altrettanto inevitabile che poi tutto il veleno che hanno dentro lo sputino su dei personaggi di successo, perché lì alla rabbia si somma l’invidia: una miscela esplosiva.
        Oggi ci vogliono convincere che la famiglia è una sorta di laboratorio in cui si può sperimentare ogni soluzione, ché tanto qualsiasi combinazione andrà bene: non è affatto così, perché per la felicità e l’equilibrio di un bambino è semplicemente fondamentale che i genitori stiano insieme.
        So che c’è una corrente di pensiero per cui “Il bambino soffre di più con due genitori uniti e infelici che separati e felici”: tuttavia ho sempre pensato che questa fosse una frase falsa e autoassolutoria, inventata da genitori che non sapevano gestire il proprio senso di colpa, e quindi sono arrivati a partorire la frase paradossale per cui a separarsi hanno fatto addirittura un favore ai loro figli. Ma mi faccia il piacere, come diceva Totò.
        Passiamo ad argomenti più felici: Autobahn. CAZZO CHE FILM GIGANTESCO. Ritmi perfetti (non c’è un solo momento morto o inutile), colpi di scena da urlo, Anthony Hopkins e Ben Kingsley che fanno a gara a chi è più bravo. Era da tempo che non vedevo un action movie di qualità così alta.

      2. Ecco, l’aspetto educativo all’interno della famiglia è sicuramente un altro aspetto fondamentale.
        Da un lato, sicuramente, c’è l’aspetto della crisi della famiglia “tradizionale” e la rottura di alcuni cardini su cui sempre si è poggiata l’educazione dei figli.
        Dall’altro lato, però, è evidente che la crisi di educazione e valori nei figli è presente anche nelle famiglie dove i genitori non sono separati, il che rende il problema più complesso: la società d’oggi è molto più individualistica del passato e gli stessi concetti di “comunità” (familiare in senso lato, religiosa, aggregativa, politica) sta completamente venendo a mancare. L’io è diventato ipertrofico e in un mondo del genere c’è poso spazio per i figli (difatti se ne fanno di meno) e di tempo per loro.
        Conosco tantissime coppie (anche felici) che hanno figli ma li lasciano perennemente alla mercè di asili, baby-sitter e soprattutto nonni. In certi casi è una necessità obbligata dagli impegni di lavoro, tuttavia sempre più spesso questi “parcheggi” sono figli di pigrizia, desiderio di più tempo per se stessi, egoismi.
        Essere genitori è un mestiere difficile che comporta inevitabili errori. L’unico modo per fare “meno danni possibili” è quello di ovviare con quelle che io chiamo “le 2 P”, vale a dire la PAZIENZA e la PRESENZA: i figli hanno i loro ritmi e non possiamo obbligarli a stare ai nostri (quindi ci vuole pazienza) ed inoltre hanno sempre bisogni di sarperci vicino a loro senza tuttavia essere assillanti (di qui la presenza).
        Io stesso mi ritengo un genitore mancante e imperfetto, spesso mi rimprovero e mi mordo i gomiti perchè so che avrei potuto fare di più, forse anche meglio.
        E così mi chiedo se, al mondo d’oggi, non sia diventato necessario creare delle strutture che “educhino ad educare”, una sorta di scuola per genitori che aiuta le persone a calarsi meglio in questa nuova dimensione.
        Vabbè, ma probabilmente sto andando troppo in là… quindi chiudo con una considerazione sul Autobahn: il tuo giudizio superlativo non può che ingolosirmi!!!!Caspiterina, negli ultimi tempi stanno fioccando sempre più spesso action-movie coi controfiocchi: che sia la volta buona della rinascita del genere a noi tanto caro? corro subito a vedere se il film è ancora in palinsesto nel multisala vicino casa mia.
        E già che ci sono, ti segnalo una serie tv molto molto interessante: Leathal Weapon. Si tratta del remake dei film con Mel Gibson e, pur nutrendo non pochi pregiudizi, ho iniziato a vederla. Ebbena: è una figata pazzesca. Si trovano da scaricare i primi 9 episodi e sono uno meglio dell’altro: leggeri, divertenti, sempre a 100 all’ora. Te la STRACONSIGLIO!!

      3. Devo assolutamente vedere Lethal Weapon: è dai tempi di The Unusuals che non vedo una serie tv capace di coniugare magistralmente azione e humour.
        Sono totalmente d’accordo con la prima parte della tua replica: ad essere in crisi non è soltanto il valore della famiglia, ma anche il concetto di comunità. Ti faccio un esempio a me vicino: nel mio paese c’era un circolo ricreativo attorno al quale per anni ha ruotato la vita dell’intero paese. Lì si riunivano per passare insieme il tempo libero persone di tutte le età, lì sono nati amori ed amicizie durati tutta la vita, lì sono successi praticamente tutti i fatti da ricordare dagli anni 60 agli anni 90.
        Poi, appunto negli anni 90, avvenne un mancato ricambio generazionale: i ragazzi di 20 anni preferivano andare al pub o in discoteca a Firenze, e quindi a quel circolo rimasero attaccati soltanto i loro genitori e gli immancabili vecchietti che giocano a carte.
        L’ovvia conseguenza è che il circolo chiuse. Dagli anni 90 ad oggi hanno tentato di riaprirlo due volte (l’ultima proprio l’anno scorso), ma sono inutili tentativi di resuscitare un passato morto e sepolto: l’idea di un paese che si riunisce attorno ad un luogo di ritrovo è purtroppo superata, oggi gli unici ritrovi sono quelli virtuali dei gruppi Whatsapp. E il bello è che io per primo non mi rassegno a questa evoluzione (anzi, involuzione), e faccio una scappata in quel circolo ogni volta che posso.

      4. Esatto. E come tutti i vecchi nostalgici, rimaniamo tenacemente attaccati ai simboli del nostro passato, siano essi un partito politico o un piccolo circolo di paese.
        Colgo l’occasione per segnalarti una pagina Facebook sul cinema che ho scoperto proprio stamattina: CiakClub. L’ho aperta da pochi minuti, e ci ho già trovato tante chicce interessanti: il primo provino di Scarlett Johansson, un’intervista in cui Malcolm McDowell svela dei dettagli su Kubrick, un “dietro le quinte” di Memento… e l’admin ha pubblicato tutto questo solo negli ultimi 3 giorni! Speriamo che riesca a sfornare chicche di questo tipo con questo ritmo anche nel lungo periodo.

      5. a proposito di pagine FB ne ho trovata una troppo esilarante…
        Si intitola RENOVATIO IMPERII e praticamente è una pagina di fan della Roma Antica che agognano il ritorno dell’impero romano e della lingua latina
        Il gestore della pagina sta troppo convinto… alcune cose sono anche intelligenti, ma certe sono così assurde da farmi sbellicare delle risate 😀

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