Le serie tv più belle del 2021

San Pietro è immobile, le mani intrecciate dietro la schiena e leggermente impettito, mentre guarda oltre la finestra dell’ufficio. La vista che abbraccia è, ovviamente, paradisiaca: il cielo è terso e senza nubi, di un azzurro paralizzante come solo l’aldilà può mostrare. Il primo Papa segue con lo sguardo uno stormo di uccelli volteggiare con eleganza, salire e scendere, cavalcando i venti e la gravità con impercettibili movimenti delle ali. Volano, ma sembrano danzare. Li segue con la coda dell’occhio mentre scivolano dietro un bosco per scomparire dietro faggi e pini che trapuntano la linea dell’orizzonte come l’orlo di un abito da sera. La sua attenzione è poi rapita da un raggio di sole sbilenco, che riflette sulla finestra dell’ufficio accanto al suo (quello di San Giovanni) per poi tuffarsi nel cortile del Palazzo Celeste e spegnersi sulla meravigliosa fontana progettata qualche secolo addietro dall’anima del Bernini. Ci sono putti, tritoni, delfini e pesci di ogni tipo che si intrecciano tra rivoli, gorgoglii e getti d’acqua cristallina. Nel giardino intorno alla fontana passeggiano Beati delle cerchie minori, trotterellano tutti a testa bassa, assorti nelle loro preghiere senza prestare attenzione alla meraviglia che affiancano.

Un’impercettibile piega curva le labbra del Supremo Arbitro delle Ammissioni Paradisiache. Sembra un sorriso, ma è solo una smorfia di disappunto: il bonsai sul davanzale ha una fogliolina gialla.

Apre l’immensa anta della finestra che cigola mentre ruota su stessa poi, come in trance, stende le mani e osserva le proprie dita sottili afferrare il vaso e avvicinarlo a sé. Gli sembra che tremino e spera sia solo un’impressione. Si sposta alla propria scrivania, poggia la pianta e resta in piedi, a braccia conserte. La guarda, la scruta, la analizza come un investigatore appena giunto sulla scena di un crimine. Prende un nebulizzatore dal cassetto e spruzza tante minuscole goccioline d’acqua sul bonsai, mentre un alito di vento penetrato dalla finestra rimasta aperta fa ondeggiare dolcemente i piccoli rami. Dopo aver riposto il nebulizzatore, inizia ad accarezzare le foglioline ovali con gesti studiati e premurosi, quasi le massaggia, mentre dalla bocca intona sommesse litanie, una preghiera antica nota solo a pochi eletti.

Trascorsi alcuni minuti, San Pietro riporta il bonsai alla finestra e lo appoggia sul davanzale dove riposa da circa duemila anni. Nel corso dei secoli ha visto ingiallire almeno una dozzina di foglie e sempre, invariabilmente, una sciagura si è abbattuta sul Creato. Studia ancora con sguardo attento il piccolo albero ma la flebile speranza che ancora cullava svanisce subito: la pianticina ha una foglia gialla, non c’è dubbio. Ostinato, s’illude di poter curare quel cancro e ripete più volte le operazioni di poco prima (nebulizzatore, carezze, litanie… nebulizzatore, carezze, litanie… nebulizzatore, carezze, litanie…) ma la foglia resta sempre gialla, finchè il disappunto crescente lascia il posto all’inquietudine.

Per cosa abbiamo costruito tutto questo, si domanda il più potente dei Santi osservando lo scorcio il Paradiso visibile dalla finestra del suo ufficio. Poco prima, rivelando all’amico Paolo la verità che solo lui e una ristrettissima Cerchia di Santi conoscono da sempre, ha mostrato una sicurezza che invece non ha mai avuto. Il Dubbio, viscido e potente, infuoca il suo petto dal giorno lontano in cui un lacerante senso di colpa lo schiacciò al canto di un gallo. Il concetto di Dio come essenza e quindi la conseguente impossibilità di percepirlo con i sensi umani e perfino con i sensi celestiali acquisiti dopo la beatificazione, tormentano da secoli il primo Papa. Credere in “ciò che è ma non esiste” è un esercizio complesso anche per il primo dei Beati.  In principio aveva biasimato Tommaso per la sua necessità di “vedere e toccare”, un’impellenza umana che non aveva abbandonato il santo neppure in Paradiso, arso com’era da una necessità dimostrativa che travalicava tutti i dogmi religiosi; tuttavia col trascorrere delle ere aveva imparato a comprendere le ragioni dell’amico e collega. Non è facile credere in questo Dio Onnipotente ma Inesistente.

San Pietro chiude gli occhi e fa un respiro profondo. La Fede senza il dubbio è solo una scatola vuota, un fuoco senza legna da ardere, una credenza prossima alla superstizione. È il dubbio a fortificare la Fede, è la disponibilità a credere nonostante tutto suggerisca il contrario, a rendere la Fede degna di onorare l’Onnipotente. La Fede non è un assioma né un teorema, bensì l’eccezione che conferma la regola. Dio non c’è, perché Dio è: quest’apparente contraddizione è il pilastro spirituale su cui poggia il suo lavoro da duemila anni e su cui poggerà fino alla notte dei tempi.

San Pietro riapre gli occhi e guarda di nuovo il bonsai. La fogliolina è sempre gialla ma ora sa cosa fare.


Appena apro il portone di casa Romina mi corre incontro trepidante. «L’hai trovato?», chiede con un filo di voce.

Scuoto il capo con un nervoso gesto di diniego, completamente afono.

Romy deglutisce a vuoto e dietro di lei scorgo Chiara con gli occhi colmi delle lacrime che stenta a trattenere, poi scappa in camera sua. La sento singhiozzare e assestare pugni vigorosi sul cuscino. Avvicino la mano alla maniglia per entrare a consolarla, ma la lascio sospesa a mezz’aria qualche secondo prima di cambiare idea e tornare sui miei passi: ormai non è più una bambina, sta diventando grande e deve imparare a gestire da sola le tristezze e le difficoltà. I miei occhi incrociano quelli di mia moglie che annuisce impercettibilmente come per dire Hai fatto bene, però mi piange lo stesso il cuore.

Entro in cucina, prendo un bicchiere e recupero una bottiglia di liquore dalla dispensa, neppure guardo il tipo, mi basta che sia un superalcolico. Mentre verso con generosità il liquido ambrato sento la voce di mia moglie che dietro di me sospira: «Versane anche per me». Recupero un altro bicchiere, lo riempio fino all’orlo poi glielo porgo. Ci sediamo ai capi del tavolo e beviamo per un po’ in silenzio, senza nulla da dire, limitandoci ad ascoltare i nostri pensieri e la nostra tristezza.

Solo dopo il secondo bicchiere trovo la forza e il coraggio per parlare: «Ho cercato in tutto il quartiere, ho controllato ogni isolato, ho perlustrato ogni angolo, ma non si trova», mormoro fissando il pavimento. «Ho provato a chiedere ai vicini, gli ho mostrato le foto dal telefono, ma nessuno l’ha visto. Mi son messo pure a gridare il suo nome per strada, sperando che mi sentisse e venisse da me, ma non c’è stato verso. Bandito è scomparso», concludo guardando mia moglie negli occhi.

Con un gesto nervoso della mano Romina asciuga una lacrima che le scivola sulla guancia, incapace di parlare. Posso solo immaginare quanto stia soffrendo, in fondo Bandito è il suo cane. È stata lei a volerlo, è stata lei a convincermi con la pazienza tipicamente femminile spiegandomi per anni che un cane ravviva la casa… un animale domestico fa bene ai bambini… sei un vecchio orso ma ti ci affezionerai pure tu… Aveva ragione su tutto, ovviamente, anche se non l’ho mai ammesso (e mai lo farò). È vero, mi cagava sempre sulle scarpe, ma lo faceva con l’affetto di chi compie un rituale. Lui non ragiona come un uomo, per lui la cacca è bella e farla sulle scarpe equivale a un regalo. Sento i miei occhi gonfiarsi di lacrime e neppure la consapevolezza che sto piangendo perchè Bandito non mi caga più sulle scarpe riesce a farmi sorridere.

«Che possiamo fare?», chiede Romy.

«Ho inserito annunci su Internet, ho attaccato volantini su tutti i pali della luce del quartiere, ho chiamato tutti i nostri conoscenti e ho perlustrato il quartiere palmo a palmo per tre ore… In tutta onestà penso che ci resti solo la preghiera…».

Come finisco di parlare, vedo Chiara immobile sulla soglia della cucina. Ha i riccioli scomposti, le guance rigate di lacrime eppure gli occhi, nonostante siano rossi di pianto, dardeggiano incapaci di placare la furia montante. «Io rivoglio Bandito… Io non mi arrendo», proclama risoluta. «Se volete pregare, pregate. Io esco a cercarlo», conclude indossando il giubbino e stringendo tra le mani una torcia elettrica recuperata da chissà dove.

Gli occhi miei e quelli di Romina si incrociano per pochi istanti che però sono sufficienti a manifestare l’orgoglio che riempie entrambi per il carattere risoluto di nostra figlia. «Veniamo con te», rispondiamo all’unisono prima di scolare l’ultimo sorso con un gesto rabbioso e alzarci dalle sedie per seguire nostra figlia.


DRIIIINNNN… DRIIIIIINNNNNNN…

Il cellulare di San Pietro squilla con insistenza.

DRIIIINNNN… DRIIIIIINNNNNNN…

Il santo armeggia impacciato per destreggiarsi con la tunica, la corda stretta in vita e le calze strette che indossa da oltre duemila anni. Quell’abbigliamento era stato concepito quando gli uomini andavano in giro solo con la spada e nessuno avrebbe immaginato quante difficoltà avrebbe arrecato a chi doveva recuperare uno smartphone dalla tasca dei pantaloni.

«Pronto?» riesce infine a dire San Pietro dopo aver recuperato il telefono.

«Sono Paolo», risponde la voce all’altro capo.

«Paolo?», chiede il primo Papa incredulo.

«Si, Paolo di Tarso».

«E mi hai telefonato?».

«Perché? Non potevo?».

«Certo che potevi! È che non me l’aspettavo… tu di solito scrivi lettere…».

«Mi stai prendendo in giro?», chiede l’apostolo.

«Assolutamente no», si schernisce il primo Papa, sincero: in oltre duemila anni era la prima volta che Paolo lo chiamava al telefono. Gli aveva sempre e solo scritto lettere, per altro verbosissime e in un greco così complicato da far impallidire perfino Demostene.

«Vabbè, non ho voglia di litigare…», liquida la controversia il santo epistolare per eccellenza. «Ho bisogno di parlarti. Posso venire subito da te?».

«Certo», risponde San Pietro.

PUUUUFFFFFFF

Tra una nuvoletta di vapore bianco, l’anima di San Paolo si materializza nel mezzo dell’ufficio di San Pietro.

«Non immaginavo così subito», borbotta il primo Papa sobbalzando sulla poltroncina.

San Paolo ignora le proteste dell’amico e liscia alcune invisibili pieghe della sua immacolata tunica bianca, quindi trova la forza di incrociare i suoi celestiali occhi azzurri con quelli nocciola del collega: «Abbiamo un problema», sospira mentre un’orchidea fiorisce qualche centinaio di metri a fianco della piramide di Ghiza.

«Fosse solo uno», sospira il primo Papa allargando le braccia.

Solo allora Paolo di Tarso si accorge di non essere il solo ospite nell’ufficio di San Pietro. C’è un ragazzino albino, giovanissimo e ancora incapace di nascondere le ali dietro la schiena durante la fase di quiete; lo guarda meglio e realizza che si tratta di Angelo, l’angelo che era piombato nell’ufficio di San Pietro l’ultima volta che era stato al cospetto del Supremo Arbitro delle Ammissioni Paradisiache. Stringe una cartellina in mano ma Paolo non ci fa troppo caso perché la sua attenzione è rapita dagli altri tre individui presenti nell’ufficio di San Pietro. Sono vestiti tutto allo stesso modo: gessato nero, camicia bianca, cravatta azzurra e occhiali da sole. Sembrano sicari dalla mafia e forse lo sono davvero, tuttavia San Paolo se infischia.

Nelle ultime due ore il suo animo ha subito più perturbazioni che negli ultimi duemila anni e tutte le convinzioni su cui aveva basato la propria esistenza gli stanno crollando addosso. Ha bisogno di parlare con Pietro per sapere. Ha bisogno di parlare con Pietro per capire. «Dobbiamo parlare, fratello mio», intona giungendo le mani nel gesto della preghiera.

Quel gesto e quelle parole rappresentano da sempre una supplica ineludibile all’interno della Cerchia dei Beati Primari e dal momento che Pietro di quella cerchia fu il fondatore, Paolo sa che non può restare indifferente alla sua preghiera.

Il primo Papa annuisce con riverenza all’amico e collega Beato. I loro sguardi complici si incrociano per pochi istanti e una mimosa fiorisce in gennaio.

L’angelo Angelo e le altre tre entità celesti vestite da sicari della mafia assistono in silenzio allo scambio di battute tra i due padri della Chiesa, finchè non vengono congedati con gentilezza dal primo Papa. «Vi ho già fornito tutte le indicazioni necessarie. Operate! E non fallite, mi raccomando», conclude Pietro.

Alla chetichella ma rapidamente, tutti escono dall’ufficio e solo quando è certo di essere rimasto solo con il suo sodale, San Paolo apre bocca. «Il problema è grosso, amico mio!».

«Lo so, Paolo», annuisce San Pietro riflettendo su tutti i magheggi che ha dovuto mettere in piedi nelle ultime ore per ovviare ai disastri di Zerachiel. Quell’infido angelo inquisitore non solo aveva sprecato inutilmente Energia Celeste per torturare un demone minore delle malebolge, ma aveva perfino permesso che l’energia di quell’atto metempsicotico fosse transustanziata all’interno di una conchiglia finita poi nelle mani di una ignava bambina che porta il nome della santa più potente del Paradiso: Chiara. Ironia della sorte quella bimba è la figlia di Pennesi. Quel Pennesi.

L’occhio di San Pietro guizza alle spalle di San Paolo, oltre l’ampia finestra del suo ufficio, fino all’ineffabile fogliolina gialla del bonsai che, imperterrita, continua a dondolare cullata dal vento del Paradiso. Una sciagura sta arrivando ed è compito mio preservare il Creato, pensa il Responsabile Supremo agli Accessi Celesti. Ho fatto tutto il possibile… ho fornito all’angelo Angelo gli ordini per schierare le guarnigioni celesti in caso di attacco infernale… ho sguinzagliato non uno ma addirittura tre agenti segreti per ritrovare la “Conchiglia del Destino”…

«Agostino non sta bene…», mormora Paolo consapevole di interrompere il filo di pensieri dell’amico ma incapace di trattenersi oltre. «Se ne va in giro con uno scolapasta in testa e vaneggia di complotti e reboot celestiali…».

San Pietro annuisce: conosce bene la situazione del Santo e Teologo Numide. Da eoni vive isolato, trattato come un vecchio pazzo e tutti ridono dei suoi vaneggiamenti, incapaci di comprendere il seme di verità che alberga nella follia di Sant’Agostino. Ma Pietro sa, quindi non ha cuore di liquidare l’amico Paolo con qualche frase di circostanza. «Lo so che Agostino avrebbe bisogno di un aiuto, ma devi sapere che lo sguardo annebbiato della pazzia talvolta riesce a vedere dei particolari che sfuggono a tutti gli altri…»

«È forse un indovino incompreso? Una specie di Cassandra celestiale?», chiede Paolo ansioso di classificare gli eventi all’interno di categorie a lui note e quindi più comprensibili.

«Più o meno…», concede San Pietro. «Devi sapere che Agostino è il Filosofo Celeste per eccellenza ed a lui fu dato il dono di vedere oltre l’intelletto. Questa facoltà l’ha indubbiamente indotto a vaneggiare, tuttavia gli ha reso intellegibili realtà nemmeno immaginabili per i comuni mortali».

Paolo di Tarso guarda sbalordito l’amico e collega beato. «Per tutti gli epistolari! Mi stai forse dicendo che Sant’Agostino dice la verità? Che ha previsto tutto? Che il Paradiso, così come l’abbiamo costruito e conosciuto, sta per finire?».

«Nulla finisce ma tutto si trasforma», pontifica Pietro rendendo onore al suo ruolo di Primo Papa. «Tuttavia, amico mio, dovresti sapere che le fortune celesti non sono indenni dagli assalti demoniaci». Un silenzio tombale scende tra i due santi, primi nella cerchia dei Beati, portatori Eccelsi della Verità Divina. «A differenza dell’Onnipotente, il Demonio non è: il Demonio ESISTE».

San Paolo sgrana gli occhi.

«Il Male Demoniaco è tangibile, amico mio, e a differenza del Bene lo possiamo esperire coi nostri sensi, sia quelli terreni che quelli celesti», sentenzia San Pietro. Ormai è un fiume in piena: i tempi sono maturi perché il suo collega beato sappia tutta la Verità. «Dalla notte dei tempi combattiamo una Guerra e ti è stato lasciato credere che si trattasse del Bene contro il Male… Tuttavia questa era una mera semplificazione perché la vera battaglia è tra ciò che è e non può che essere, ovvero Iddio Onnipotente, e ciò esiste e non può che esistere, ovvero il Viscido Demonio».

Il solo pronunciare quelle parole di Verità all’interno del Palazzo Celeste, crea numerose crepe nell’intonaco della stanza, tuttavia il primo Papa ignora bellamente le nuvolette di polvere che cadono dal soffitto. bellamente. Ha ormai compreso la portata della minaccia che incombe sul Creato ed è necessario coinvolgere tutte le schiere dei Beati, anche quelle che finora erano potute rimanere nelle retrovie. «Ho bisogno che tu scriva una lettera…», conclude serio.

«Mi stai prendendo in giro?».

«Cosa?».

«Mi stai prendendo per il culo?», ripete San Paolo.

«Come? Hai detto “culo”? Nel mio ufficio?».

«Si», conferma Paolo col petto in fuori.

San Pietro si massaggia il mento e chiude per un istante quegli occhi color nocciola che tante anime avevano giudicato in passato. Paolo è il primo essere esistente ad avere l’ardire di pronunciare la parola culo nel suo ufficio, il che dovrebbe renderlo meritevole di uno dei più dolorosi gironi infernali, tuttavia la particolare congiuntura degli eventi di cui sono testimoni, induce San Pietro ad essere indulgente.

«No, Paolo. Non mi permetterei mai di prendere in giro te né il tuo epistolario».

Alla parola epistolario Paolo sorride come un genitore cui vengano decantate le lodi del figlio.

Consapevole di aver accaparrato la benevolenza del suo interlocutore, Pietro prosegue: «Al contrario, ho bisogno delle tue facoltà!».

San Paolo di Tarso drizza le orecchie.

«Devi scrivere una lettera… per me!», mormora il primo dei Beati.

«Dopo tutte le filippiche che mi son dovuto sorbire perché sono vecchio e le lettere non le legge più nessuno, ora mi tocca scriverne una per te?».

San Pietro, il primo Papa, il principe dei Beati, l’Arbitro Supremo degli Accessi Paradisiaci, abbassa lo sguardo e fissa il paio di sandali che da duemila anni calza ai piedi. «Si. Grazie», mormora con un filo di voce.

Paolo impallidisce, per quel poco che la sua diafana essenza metempsichica permetta. Se San Pietro si umilia così dev’essere una roba grossa, riflette preoccupato. Prende carta e penna per gli appunti, poi chiede compito: «A chi devo scrivere?».

«A Gianni Pennesi, Lapinsù».


«Sovrintendente Pazuzu», chiama un demone.

«Che c’è?».

«Ho recuperato la conchiglia!», esclama trionfante il demone. Gongolante, muove i tentacoli uncinati per avvicinarsi alla caverna di Pazuzu. Bazzica gli inferi da millenni, tuttavia ancora non sa spiegare come quel freddo umido sappia sostanziarsi fino a trasformarsi in ghiaccioli e stalattiti che incombono sulle sue carni infernali

«Bravo il mio tirapiedi!», esclama il demone suo superiore lisciando il corno appuntito che gli spunta sotto il mento. «Fammela vedere!».

«Non posso, Signore Oscuro!».

«E perché non puoi?».

«Per via di Bandito».

«Bandito?».

«Si, Bandito. Il cane!».

«Il Cane?».

«Esatto. Il Cane!».

«Conosco l’Antico Testamento e pure il Nuovo, entrambi a memoria. Eppure MAI si fa riferimento ad un cane!».

«Ma la conchiglia ce l’ha il cane, è un barboncino nano, bianco, sovrintendente Pazuzu! Sembra buono e tenero, ma in realtà è una furia, mi ha pure morso mentre tentavo di toglierla dal suo collare»

«Il cane?», borbotta il demone Pazuzu. Alberga negli inferi dalla notte dei tempi ed ha avuto a che fare con ogni tipo di entità naturale e sovrannaturale, ma mai con un barboncino nano dal pelo immacolato. «Dove sta?»

«L’ho rinchiuso nell’ufficio».

Pazuzu impallidisce. «Nell’ufficio di Kasabake?».

«S….. i…..»

Un urlo scuote gli Inferi, dalle cerchie di Caronte fino a Lucifero in persona.

«Chi è che ha cagato nelle mie scarpe?», tuona Kasabake in preda a una furia incontrollabile.



Questo inutile racconto è parte di una narrazione più complessa, forse divertente, figlia del mio povero ingegno e della fantasia molto più brillante dell’amico Kasabake. Se avete una vena masochistica e volete recuperare anche le precedenti puntate della narrazione, le trovate QUI.



Resident Alien


Only Murders in the Building


Omicidio a Easttown


Scene da un matrimonio


Ted Lasso

16 pensieri su “Le serie tv più belle del 2021

  1. Non finisce qui e questa è una minaccia…
    Non riesco ad avvicinarmi ad un pc ed ho problemi a scrivere frasi lunghe di senso compiuto mentre sono in mezzo al caos ed oggi ne sono circondato, tuttavia ho sentito il bisogno di scriverti una lettera… Ehm! (mi sono fatto prendere la mano da character di San Paolo…) No, volevo dire un commento…
    Comunque avevo bisogno di dirti al volo…
    1. Il racconto che hai messo in piedi procede in modo esemplare e mentre le mie parti hanno il sapore vanesio dello sproloquio (anche ben scritto, non lo nego per ipocrita falsa modestia), le tue hanno il vigore della stabilità di una action comedy coi fiocchi (i tempi, il decoupage, il modo con cui presenti i personaggi e le situazioni) cinematografica!
    Stupendo!

    2. Ho un ufficio all’inferno… Meraviglioso! Ne saprò fare buon uso… Illimitata gratitudine!

    3. Hai buttato sul tavolo un carnet di serie tv da spavento, che meriterebbero tutte un post da sole (è ovvio che sostituirei alcuni titoli con altri ma nella tua lista c’è solo eccellenza, con Ted Lasso sul podio dorato).

    4. Appena esco dal caos replico ma leggi whatsapp per un messaggio volante di avviso

    1. Vado per gradi:
      1. mi fa piacere che trovi coerenza perchè talvolta mi sembra non ne abbia dato che è la storia è praticamente in fieri da oltre 2 anni… L’unico cruccio che proprio non mi va giù è che ormai i singoli racconti non funzionano più da soli, ma solo se letti nel continuo narrativo. I primi non erano così, ma via via che la storia si è dipanata non son più riuscito a restare su quel binario. Pazienza.

      2. E devi vedere che segretaria..

      3. Ted Lasso è il top del top. L’idea che mi diedi tempo fa per un post dedicato, tra l’altro, non è ancora tramontata anche se ormai fuori tempo massimo…

      4. già visto e provveduto 😉

  2. Non volevo boicottare il alcun modo il tuo tentativo di chiuedere almeno una parte dei fili narrativi da te aperti, per lo meno quelli che riguardano le vicende di Chiara, in quanto recettore delle memorie del demone torturato ed annichilito in Paradiso e quelle del cane Bandito, posseduto da tali memorie ed ora nella tua narrazione prigioniero nelle stanze dell’nferno.
    Pertanto mi sono astenuto da proseguire quei fili…

    Tuttavia mi hai dato un ufficio, quindi un potere…

    Esistenzialismo tra mare e sabbia

    «Ciao Kirk!» Dice la sagoma fluttuante e spettrale di Kasabake, rivolgendosi ad un’anima tristemente china su uno scrittoio ricavato tra alcune pareti di roccia lavica, in cui solo un contemporaneo del filosofo avrebbe potuto distinguere le sembianze umane di Søren Kierkegaard.
    Il teologo e filosofo danese gira lo sguardo verso quell’artifizio luminoso, ma sceglie di non proferire verbo.
    «Fai il sostenuto? Non ti va di salutare un vecchio amico?»
    «Non sei mai stato mio amico, demone schifoso… Usi le fallacie logiche e la retorica come verbo per stupire ed ipnotizzare, ma noi due non siamo mai stati nemmeno sullo sesso piano di significanza…»
    «Ti voglio bene anch’io, anzi no, me ne frego! Hai voluto polemizzare con San Paolo, mettendo in discussione il valore metaforico della sua lettera ai Corinzi ed ora sei qui, a dannarti l’anima ai lavori forzati… Per cosa?»
    «Amore per la verità?» Sibila ironico Kierkegaard.
    «Sciocchezze, lo sai bene… C’è stato il tempo del Vecchio Testamento, poi quello del Nuovo ed ora…»
    Kasabake fa una pausa, come per cercare la parola giusta, anzi no, come se l’avesse trovata ma avesse pensato bene di censurarla.
    «Ora?» Lo incalza davvero incuriosito l’anima del filosofo, che nel frattempo si era librata in piedi.
    «Ora dobbiamo rimettere in piedi la vecchia banda…» Conclude Kasabake sorridendo.
    Søren Kierkegaard non aveva mai visto il primo film dei The Blues Brothers e non poteva cogliere la citazione sulla missione che in quel lungometraggio i due protagonisti Jake ed Elwood compiono proprio per conto di Dio, provando a riunire i componenti di una blues band per salvare dal fallimento l’orfanotrofio delle suore che li avevano cresciuti, ma non aveva alcuna importanza, giacché la maggioranza delle citazioni di Kasabake non servivano a nulla, se non che a farlo risplendere di luce apparente, perciò si limita a continuare a guardarlo in silenzio in attesa che il suo interlocutore dica qualcosa di davvero interessante.
    «In questo caso invece la mia citazione è assolutamente calzante!» Dice con un broncio un po’ indispettito l’anima fluttuante arrivata in quell’angolo delle Malebolge.
    «Mi leggi nel pensiero?»
    «Certo!» Ribatte Kasabake. «L’ho sempre fatto… Come non lo sapessi!»
    «Cosa vuoi, Kasa, sul serio?»
    La roccia dove era incassato lo scrittoio sparisce di colpo ed al suo posto si manifesta il gigantesco attico open space di un palazzo immerso tra la foschia del calore mattutino che sale dalle sabbie arroventate giù in basso. In lontananza, al di là delle ampie vetrate, un motoscafo offshore sta inutilmente solcando onde simili a dune, zigzagando tra lembi di terra edificata a forma di palma.
    «Dove siamo?» Chiede il danese, che adesso appare vestito con una specie di pigiama o veste da camera in cotone egiziano e pantofole color nocciola ai piedi.
    «Dubai» Risponde Kasabake con un malcelato gusto per la teatralità.
    «Dubai… Regno Unito, allora…» Sussurra a se stesso il filosofo, rimestando nelle sue memorie ottocentesche.
    «Mafia, denaro, emirati, evasori, si anche inglesi, ma non più un loro protettorato, ma ad ogni modo è qui dobbiamo incontrare gli altri… Scusa un attimo, Kirk…»
    Kasabake si interrompe, portandosi un dito alla testa, come se accendesse un auricolare metapsichico, ma in realtà è solo un vezzo o meglio un riverbero di una memoria umana, perché i pensieri arrivano e partono senza connotazioni o necessità fisiche: «Capisco… San Paolo e Sant’Agostino assieme… L’armata dei Vecchi Santi Obliterati… Adesso mi organizzo… Grazie di tutto!»
    Kasabake aveva pensato ad alta voce, rispondendo a qualcuno che lo stava evidentemente aggiornando su alcuni recenti accadimenti, quindi rivolgendosi di nuovo al teologo danese, che nel frattempo lo stava fissando con sguardo indagatore, sentenzia: «Il Caduto sta per tornare a casa e non può trovare la casa vuota…»
    «Il Caduto?» Chiede in modo solenne Kierkegaard, conoscendo già la risposta, ma assieme sperando di sbagliarsi. «Quel Caduto?»
    «Si, proprio lui» taglia corto il nostro agente terrestre tra cielo e terra, la cui identità è tutt’oggi flottante su un mare di indeterminazione: «Per creare la Luce fu necessario il Buio e Dio provvedette con il suo figlio prediletto e creò il regno delle Tenebre, ma il Monarca degli Inferi è richiesto ora dal Grande Piano Celeste affinché sia anch’egli presente al Reboot Celestiale…»
    «Reboot Celestiale?» Balbetta il pensatore danese, in una lingua che riconosce a stento.
    «Bella, vero? La definizione è di quel genialoide del numide d’Ippona… MI è subito piaciuta!»
    «Quando ero ancora un essere umano vivente, l’Inglese era la lingua della scienza…» Commenta con una certa solennità Kierkegaard, «ma adesso faccio fatica a riconoscerla…»
    «Usa la forza dello spirito che è in te e non la memoria…» Afferma Kasabake, non senza un vago riferimento ad un’altra mitologia da nerd che il filosofo non poteva né conoscere né apprezzare ovvero quella di Star Wars, ma questa volta la tiene ancora più nascosta, per evitare altre domande ed altre inutili risposte: «L’inglese è ancora la lingua della Scienza ma poi lo è stata anche dei Soldi ed infine di un po’ di tutto, con buona pace del Cinese Mandarino, che governa il resto del Mondo Terrestre…»
    Nel frattempo, usando il suggerimento fornitogli, il teologo di Copenaghen aveva come anima compreso la portata del termine tecnicistico usato dal suo interlocutore e stava sbiancando in viso.
    «Hai compreso, vero? Lo hai visto?» Gli chiede Kasabake.
    «Si, lo sto vedendo proprio ora… Un nuovo inizio…» Sussurra il filosofo, con lo sguardo perso dentro di sé. Poi, come risvegliandosi da un sogno, chiede: «Chi stiamo aspettando?»
    Kasabake mette una mano sulle spalle di Kierkegaard e con un amplissimo sorriso gli risponde: «Bentornato, vecchio mio, bentornato! Sto formando una squadra di collegamento per fare da cuscinetto durante le intemperie…»
    «Come le Fondazioni immaginate da Asimov nel suo ciclo narrativo?»
    «Come hai fatto a leggere quei libri? Ah, ma certo, hai ripreso possesso della Veggenza Filosofica, è ovvio!» Quindi Kasabake dà un piccolo colpo con la mano a pugno sulla spalla del filosofo: «Birbante di un esistenzialista!»
    Mentre il danese si avvicina ad una delle grandi vetrate che danno sul mare, il nostro agente tra Cielo e Terra prende da un tavolino di cristallo una pergamena per porgerla al suo amico: «Questo è il testo originale del tuo predecessore, l’apologeta Tertulliano… Lo scrisse molto prima delle revisione che gli fu imposta con il suo De Carne Christi, guarda tu stesso…»
    «Si, lo riconosco…» Dice Kierkegaard. «É il suo classico “Credo quia absurdum”…»
    «Guarda meglio…» Gli domanda l’altro.
    Søren Kierkegaard affina lo sguardo dell’anima più che degli occhi e dalle lettere in latino arcaico emerge chiaramente un nome che avrebbe mai dovuto comparire in quel testo: «Ma, cosa… Com’è possibile?»
    Mentre il teologo di Copenaghen stava ancora guardando allibito il suo favoloso interlocutore, dalla porta dell’ascensore entra una coppia che agli occhi del danese modifica il significato di “riunire la vecchia banda” in un più prosaico “dove c’è già casino, non c’è nulla di male nell’aggiungerne altro!”»
    «Oh, mio Dio…» dice Kierkegaard con un filo di voce e gli occhi sbarrati di fronte all’apparizione dei nuovi venuti.
    «Sono carinissimi, non trovi, Kirk?» Commenta subito Kasabake con un sorriso mefistofelico ed inclinando la testa, con un cenno d’intesa, verso i due nuovi membri del gruppo, aggiunge. «Per rimanere in tema, direi che sono davvero… La Fine del Mondo!»

    1. Grazie grazie grazie
      E applausi, applausi, applausi!
      Questo è di gran lunga il tuo contributo migliore a tutta la narrazione, non già perchè gli altri fossero brutti, sia chiaro, ma perchè questo è proprio una bomba… e poi quel cliffangher finale… già gongolo!
      Ora però devo rileggerlo per capire meglio ogni minima sfumatura!
      E poi ancora rileggerlo per il piacere di questo bel post.
      E infine rileggerò ancora per trovare una via di accordo tra questo meraviglioso contributo e il resto del plot della storia…

      Grazie ancora amico e collega per condividiere questi guizzi della tua penna con me!

      1. Ringrazio te perché di tutti questi l’ho davvero scritto di corsa anzi a precipizio!
        Ma le cose si fanno più facili quando ti viene da te servito il plot di base…
        Oltretutto non deve essere un tuo cruccio trovare i collegamenti perché puoi benissimo inventarti a tuo piacimento chi esce dall’ascensore oppure lasciare tutto lì: i characters che ho messo in gioco non sono gli attori del Grande Piano Celeste ma per l’appunto una specie di A-team spiritico o se vuoi un gruppetto simile agli otto bastardi senza gloria ebraici capitanati da Raine nel film di Tarantino…
        Insomma, gioca come vuoi, in scioltezza…
        Siamo in zona Mossa del Pinguino con il curling e non in Fuga per la Vittoria di Huston con Sky…

        1. Carino La mossa del pinguino…
          Per altro Edoardo Leo è uno dei pichissimi attori italiani di nuova generazione che riesco ad apprezzare (anche come autore, va detto).
          Comunque, se proprio vogliamo restare in tema, per questo gioco narrativo avrei detto che fosse più calzante HardBall… ma siamo proprio ai dettagli 😀 😀 😀

          1. sei caduto nel tranello… ti sto provocando per capire chi siano quei due per te 😀 😀 😀
            e ora mi hai dato un indizio su cui lavorare 😀 😀 😀

          2. Davvero non ti fare problemi: fai l’elefante nella cristalleria, spacca tutto, gioca come vuoi e saccheggia il mini-bar…

  3. Tempo fa ho letto una biografia di Robin Williams. L’autore di quel libro (Dave Itzkoff) è riuscito a raccontare la ricchissima vita di quest’attore in maniera molto dettagliata, ma senza mai diventare pedante o noioso: al contrario, la biografia in questione è scorrevole come un romanzo, e infatti l’ho divorata in pochi giorni.
    In quella biografia, uno dei punti che mi ha lasciato più sconvolto è quello in cui si racconta che è stato fatto un remake teatrale de L’attimo fuggente, con Jason Sudeikis nella parte di Robin Williams. A mio giudizio quasi tutti i remake sono inopportuni, ma in questo caso pensai che lo fosse ancora di più, perché il film originale si regge su una prestazione attoriale superba, che nessuno potrebbe mai replicare. Pensai che rifare la parte di Robin Williams ne L’attimo fuggente fosse come rifare il David di Michelangelo o il gol di Van Basten nella finale degli Europei: non potrà mai venirti un risultato uguale o anche solo paragonabile all’originale.
    Ora però mi vieni a dire che Jason Sudeikis ha recitato da protagonista in una delle serie tv più belle del 2021, e questo mi fa pensare che forse aveva le spalle abbastanza larghe per assumere su di sé una parte così ingombrante.
    Mi è saltato agli occhi anche Martin Short, perché anche lui ha interpretato la parte di un professore nel divertentissimo Get over it: la trama ruota attorno ad una recita teatrale del Sogno di una notte di mezza estate, e lui è il professore di Letteratura che la organizza. Tra l’altro quel film mi è rimasto ancora più impresso de L’attimo fuggente, perché lo vidi al termine del mio primo anno di insegnamento, e quindi l’identificazione con il personaggio di Martin Short mi venne naturale.
    Quell’anno scolastico è stato senza dubbio il più bello della mia carriera. Non solo perché quando fai qualcosa per la prima volta ci metti un entusiasmo superiore rispetto alle volte successive, ma anche perché l’ho passato in una terra stupenda (la Liguria) e perché è stato quello in cui mi sono sentito più amato dai miei alunni. Se i miei studenti degli anni successivi mi hanno amato di meno non è stato perché con il tempo sono diventato più stronzo, ma perché dal secondo anno di insegnamento in poi passai a lavorare dalle medie alle superiori, e i ragazzi di quella fascia d’età sono molto meno affettuosi rispetto ai bambini delle medie.
    Nella mia carriera ho conosciuto soltanto 2 scuole: quella ligure in cui ho iniziato ad insegnare e quella toscana dove lavoro tuttora. La scuola ligure è stata la mia prima fidanzatina, la scuola toscana è mia moglie. E non è una moglie con cui ci tiriamo addosso i piatti o con cui sto di malavoglia perché mi sta a fatica lasciarla: è una moglie che amo ancora come il primo giorno che l’ho conosciuta. Non posso prevedere come andrà a finire la nostra storia d’amore: magari un domani verrà a dirigerla un preside rompiscatole, e io ne sarò così esasperato da decidere di chiedere il trasferimento. Ma la mia speranza è che io possa restare lì fino alla pensione, per poi passare gli ultimi anni della mia vita a fare qualcos’altro. Magari il pescatore in Liguria. 🙂

    1. Jason Sudeikis è un attore e un autore coi controfiocchi. Doveva la sua fama principalmente al Saturday Night Live ed aveva partecipato ad alcune commedie (sia televisive che cinematografiche) e francamente non avrei mai immaginato il botto che ha fatto con Ted Lasso.
      La serie TV è spassosissima ed è la prima volta che mi capita di vedere un prodotto televisivo sul calcio fatto bene: la cosa assurda è che a farlo è stato un americano che di calcio non capisce un’acca (ma forse è stato questo l’ago della bilancia…).
      Tra l’altro ho recentemente visto un altro film in cui Sudeikis ha il ruolo del protagonista: A sud del Paradiso. E’ un film che mescola dramma, azione e anche un po’ di thrilling. Alterna momenti che strappano un sorriso a momenti che fanno saltare sulla sedia. Nonostante abbia ricevuto delle pessime critiche, io l’ho trovato adorabile.
      Ora, te lo dico sinceramente, faccio fatica comunque a vederlo nel ruolo che fu di Robin Williams, nonostante tutta la sviolinata in suo favore con cui ho iniziato questo commento. Tuttavia la cosa non mi stupisce come mi avrebbe stupito qualche mese fa.

      PS: se già non te l’ho detto, ti consiglio di vedere il film IL BAR DELLE TENEREZZE disponibile su PrimeVideo. Un piccolo gioiellino!

      1. Domani annunciano le nomination agli Oscar, e ho letto che Ben Affleck è un candidato praticamente certo come non protagonista proprio per la sua parte ne Il bar delle tenerezze. Anche se dovesse perdere, potrà sempre consolarsi tornando a casa e trovandoci quella figa imperiale di J – Lo! 🙂

        1. Ben Affleck l’ho sempre preferito come autore\regista che come attore, non a caso ha già vinto 2 oscar nel primo ruolo e 0 nel secondo.
          Tuttavia nelle sue ultime interpretazioni ha messo in luce un talento che non gli avrei mai riconosciuto perchè oltre a THE TENDER BAR è bravissimo anche in THE LAST DUEL. Forse non è un caso che in entrambi i film abbia un ruolo di supporto.
          Comunque vada hai ragione tu: con una compagna come JLO ha di che consolarsi comunque!!!!

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