The Batman

Io sono Vendetta.

Quando scende il buio e l’oscurità è una nebbia viscosa che avvolge ogni cosa nascondendo il mondo e penetra sotto la pelle fino a gelare le ossa. Quando il sole si gira dall’altra parte, pavido, perché non ha il coraggio di guardare troppo a lungo il degrado e l’orrore che calano sulla città, coprendola come un sudario. Quando tutti si affrettano per trovare un nascondiglio, un rifugio o un giaciglio prima che fuori infuri la tempesta. Quando per le strade non c’è più nessuno, solo criminali, puttane e ritardatari che camminano a passi svelti guardandosi nervosamente le spalle. Quando il silenzio serpeggia tra i vicoli interrotto soltanto dal miagolio di qualche gatto affamato o dallo stridio delle ruote di una macchina che sgomma e scappa a tutta velocità. Quando le luci dei lampioni iniziano a tremolare per poi spegnersi lasciando che le tenebre prendano possesso della strada.

Ogni notte in cui Gotham si prepara a una lotta strenue e disillusa, animata soltanto dalla speranza che non faccia giorno troppo tardi.

È allora che arrivo io, il Cavaliere Oscuro. L’Angelo Vendicatore.

In principio non mi vedrai perché potrai udire soltanto il rumore dei passi, la cadenza paziente di chi si avvicina senza fretta ma risoluto, l’incedere determinato di chi sa che la paura ha bisogno di tempo per infiltrarsi nelle vene ed avvelenare il sangue fino a renderlo nero come la pece. Ad ogni passo il tuo cuore perderà un colpo finchè non sarà più capace di battere ed è allora che, sempre invisibile ai tuoi occhi, sarò abbastanza vicino perché tu possa sentire il mio respiro calmo e rilassato, il respiro di chi vuole compiere il proprio dovere e vuole farlo bene. Avanzerò di un altro passo ancora e il rintocco del mio stivale sarà come una campana che suona a lutto, un’eco di morte che riecheggia nello spazio scuro e vuoto tutt’intorno. Lo spavento ti farà scoppiare il cuore nel petto e i tuoi occhi si spalancheranno al terrore.

È allora che vedrai il Cavaliere Oscuro.

È allora che vedrai me.

Batman.

Non avrai tempo di pensare, non avrai tempo di muoverti né di scappare. Paralizzato dalla paura di me, sarai investito dalla mia furia vendicativa e pagherai il fio delle tue colpe finchè non pregherai anche tu, come Gotham, che faccia giorno il prima possibile, perché solo allora la mia ira funesta si placherà.

Dolore, torti, violenze, soprusi, vizi, prevaricazioni, lacrime, ferite, rapine, discriminazioni, omicidi. Vendicherò tutto e laverò le colpe col sangue, il tuo sangue.

È stata una notte lunga e ora sono sazio, ma non soddisfatto. Il cielo dietro i grattacieli di Gotham schiarisce facendoli sembrare ancora più scuri e lugubri, tuttavia non indugio ad osservare lo spettacolo triste della città che stancamente riprende vita sforzandosi di ignorare l’eco delle grida di dolore che ancora rimbombano nelle strade. La luce del giorno non è fatta per i pipistrelli e devo affrettarmi a tornare nella mia tana.

Quando tolgo la maschera mi specchio ma non vedo più un uomo bensì un demone ingabbiato dentro un corpo che ormai fa fatica a trattenerlo. Vendicare il male innervato nelle strade di questa città ha un prezzo e il conto lo vedo distintamente nei buchi oscuri in cui sembrano precipitati i miei occhi e nelle rughe che si irradiano sul mio viso come ragnatele.

Questa vita mi sta uccidendo con la stessa pazienza risoluta che riservo ai criminali cui do la caccia ogni sera, quando fa buio. Mi sfilo i guanti e tocco le guance ispide, poi passo una mano tra i capelli sempre più radi e cerco di ignorare l’immagine di me che vedo riflessa nello specchio, ma è impossibile non udire il grido di aiuto che quella immagine, muta, urla a squarciagola. Posso salvare qualunque cittadino di Gotham che invochi il mio aiuto ma non posso salvare me da me stesso e dal buco nero che mi divora da dentro.

Alfred, chiamo.

ALFRED, urlo più forte.

ALFREEED, grido con un enorme filo di isteria nella voce.

Quando l’unica persona al mondo che mi vuole bene entra nella stanza non dico niente, mi limito ad allargare la braccia poi resto così, immobile nella posa di un Cristo smunto e crocifisso a mezz’aria, quindi aspetto. Alfred mi passa dietro la schiena e slaccia la corazza di kevlar poi, con non poca fatica, mi aiuta a sfilare le calzamaglie rinforzate che mi fasciano le gambe finchè non resto in mutande. Scorgo una smorfia sul volto altrimenti sempre imperturbabile del mio maggiordomo ed è allora che, di nuovo, trovo il coraggio di guardarmi allo specchio.

Vedo riflessa la figura di un uomo troppo magro e troppo pallido. Non sembro affatto un supereroe ma solo un tossicodipendente in cerca di un’altra dose di adrenalina e furia vendicativa. Faccio un respiro profondo ma se dilato troppo il torace le costole mi fanno male. Tra le pieghe della pelle intuisco la forma delle ossa, la dimensione del mio scheletro e, sopra di esso, lividi e cicatrici spiccano come stelle in un cielo sgombro disegnando righe, forme, addirittura costellazioni. Sfioro una cicatrice con le dita e vedo il mio indice tremare come un ramo secco incapace di opporsi al vento. Sono stanco e solo, ma incapace di essere altro da questo.

Alzo lo sguardo finchè non incontro gli occhi della figura emaciata riflessa nello specchio. Mi concentro su quegli occhi tristi scuri e infossati, li scruto a lungo perché sembrano quelli di un uomo ma in realtà sono quelli di un bambino spaventato che si agita e si dimena dentro a un corpo ammaccato e segnato dal dolore. Mi sembra perfino di sentirlo piangere e le sue grida di dolore echeggiano nella mia testa come in quel vicolo dopo che uccisero mamma e papà. Davanti agli occhi di un bambino. Davanti ai miei occhi.

Ho voglia di piangere e Alfred deve aver intuito il mio turbamento perché è già sgattaiolato via portandosi appresso il costume e il mantello per rattopparli: è un britannico della vecchia guardia e le manifestazioni emotive lo mettono sempre a disagio.

Ho voglia di piangere ma non posso farlo. Sono un supereroe, sono Batman.

Esco dalla tana dell’uomo pipistrello con passo stanco, mi trascino nell’ascensore e salgo alle mie stanze. Dovrei mangiare, fare una doccia, magari radermi e soprattutto riposare. Ma non ne ho voglia: non ho voglia di prendermi cura di me stesso, non ho voglia di fare niente. Mi avvicino alla finestra e appoggio la fronte al vetro freddo, ignoro l’emicrania crescente e con uno sguardo riesco ad abbracciare buona parte della città: in fin dei conti il mio è il grattacielo più alto di Gotham.

Il sole ormai è alto sopra l’orizzonte ma non sembra capace di illuminare la città né di scaldarla. I raggi freddi serpeggiano tra i muri, rimbalzano sui vetri, si spengono su qualche pozzanghera e muoiono sconsolati in un deserto fatto di cemento, aria inquinata e risentimento. C’è anche il tormento, ovviamente, quel fardello che sempre Gotham si porta dietro, ed io con lei. Guardo per un attimo ancora il sole baluginare sopra la cuspide della cattedrale: è pigro e indifferente, sembra desideroso già di tramontare per lasciar posto alla sera, proprio come me che non vedo l’ora di poter rimettere il costume e pattugliare le strade.

Ogni tanto mi capita di chiedermi perché continuo a fare questa vita. Ad essere sincero me lo domando sempre più spesso e sempre nei momenti più assurdi: mentre parcheggio la macchina, mentre aspetto un caffè al bancone del bar, mentre scorro le news sul telefono, mentre pilucco il pranzo che Alfred ha preparato con troppa cura. Oppure quando non riesco a dormire, come adesso.

Perché mi ostino a fare questa vita? Per ogni balordo che assicuro alla giustizia ce ne sono almeno tre che escono di galera. Per ogni poveraccio che salvo dalle angherie del criminale di turno, ce ne sono altri tre che muoiono ammazzati. Per ogni politico corrotto che smaschero ce ne sono almeno altri tre che la fanno franca. Per ogni poliziotto corrotto che consegno a Gordon ce ne sono minimo altri tre che finiscono a libro paga di Falcone. Che senso ha continuare? Che senso ha insistere in questa impresa impossibile? Gotham non può essere salvata perché è condannata dalla corruzione e dal sangue su cui fu fondata tanti secoli fa. La mia missione è vana e inutile, come svuotare l’oceano con una cannuccia.

Dovrei smettere di essere Batman. Dovrei buttare il costume, il mantello, la batmobile. Dovrei bruciare la mia tana. Alfred ne sarebbe felice. Potrei godermi tutti i soldi che ho, girare il mondo e magari lasciarmi alle spalle questo gorgo infernale che chiamo casa, Gotham. Potrei costruire una nuova vita lontano da qui, prendere il sole, bere mojito e incontrare una ragazza che mi ama per quello che sono e non per quello che ho.

Dovrei essere Bruce Wayne e vivere la sua vita, ma non posso perché io sono Batman e voglio essere il Cavaliere Oscuro ogni notte finchè avrò le forze per infilare il costume. Non ho scelta: non so fare altro e soprattutto non voglio fare altro.

Ammetto di essere un illuso: non posso salvare Gotham né redimerla perché è marcia dentro e condannata a un’esistenza dolorosa, esattamente come me. Non posso salvare la città e neppure Batman perché in fondo siamo la stessa cosa: manifestazioni della paura. Però le mie gesta possono avere un’eco che rimbomba fra le strade di Gotham fino a diventare un frastuono: la paura non è lo strumento più potente, ora lo so.

Voglio lasciare un retaggio, riesco a immaginarlo.

Se non posso vincere questa battaglia contro l’orrore di Gotham, se non posso fermare tutti i criminali della città e se non posso vendicare il dolore che mi porto appresso da quando furono assassinati i miei genitori, però posso essere un esempio, posso indicare qual è la via per essere migliori e dimostrare che non deve essere notte per forza, che il giorno c’è e sta da qualche parte, bisogna solo insistere e cercare finchè non si trova la luce.

Io non sono la luce ma posso essere chi indica dove cercarla.

Forse mi sono sbagliato. Io non sono vendetta.

Io sono Speranza.

15 pensieri su “The Batman

  1. Che post fantastico! Impossibile trovare recensione più sentita e più vera, davvero stupenda, così come il tuo modo di scrivere che, purtroppo, si manifesta sempre troppo poco. Non sono complimenti i miei ma l’evidenza di fronte ad un post che lascia sorpresi, emozionati, amareggiati di fronte alla realtà di un film e di un supereroe che tu hai saputo mettere a nudo con le sue fragilità e i suoi dubbi di uomo che ce lo rendono ancora più amico e ancora più grande.

    1. Ciao Silvia! Le tue parole mi hanno emozionato. Come sei sei molto (troppo) gentile con me e per i miei post, non posso far altro che ringraziarti con una mano sul cuore in segno di ancor maggior gratitudine 🙂

  2. Godendo dell’osservatorio privilegiato dato dalla nostra amicizia, ho di fatto vissuto la genesi di questo tuo fantastico ed oserei dire definitivo post/omaggio/recensione ad un film che, come sai, abbiamo entrambi apprezzato tantissimo ed è stata una gioia vederlo affiorare, dai meandri oceanici della tua creatività letteraria, alla superficie solare di WordPress: hai scritto parole bellissime, frasi roboanti e drammatiche eppure asciutte, severe, tanto quanto la regia di Reeves ed hai trasmesso la stessa emozione oscura della sua regia, la stessa tenebrosità piena di paura ed ansia, confermando per l’ennesima volta la bontà (ed anche l’unicità) di questo tuo personalissimo modo di scrivere una non-recensione che più di altre, alla fine, trasmette al lettore quel dato, quel valore (quella cifra estetica) che permette di capire COME sia davvero questo nuovissimo Batman.
    Ti dirò di più: hai scritto con il cuore ed il cervello di un adolescente, di un ragazzino lontano anni luce dall’adulto grigio e spento che quasi (occhio a quel “quasi” perché lì si annida uno dei segreti della felicità) inevitabilmente diventerà crescendo, dove le emozioni sono i colori della sua vista e le parole dei suoi pensieri, dove il superlativo assoluto è lo standard anche quando non esplicitato, ma poi hai preso tutto questo e lo hai calato in un’arte oratoria degna di un romanziere.
    Ti sei emozionato e poi sei riuscito a trasmetterlo: ti sembra nulla?

    P.S. Non ho parlato del film (non qui, ma tu già sai), ma non penso fosse necessario

    1. No, Paolo, non era necessario parlare del film e forse sarebbe stato anche superfluo.
      Ovviamente non già perchè il mio post esauriva tutti i possibili argomenti di discussione (tutt’altro… spero addirittura che ne abbia aperto qualcuno) bensì perchè ostinarsi a discettare di questo sperando di poter aggiungere qualcosa alla bellezza generata dalla sua visione sarebbe sintomo di follia.
      C’è una mia vecchia amica e compagna di scuola, che da anni vive in Inghilterra e per lavoro fa la curatrice di mostre, persona di intelletto sopraffino e sensibilità estetica come poche altre mi sia mai capitato di conoscere in vita mia, che una volta sprecò mezz’ora del suo (preziosissimo) tempo per spiegarmi le ragioni che rendono bello un affresco del Tintoretto custodito nel duomo di Macerata. La lasciai parlare per quella mezz’ora annuendo ai momenti opportuni e sforzandomi di mostrare interesse ed entusiasmo per la sua verbosissima spiegazione. Quando fui sicuro che aveva finito, le sorrisi e poi le dissi ammiccando con lo sguardo l’affresco che troneggiava davanti a noi: “Barbara, ti ringrazio di tutto, ma se avessi taciuto, mi avessi preso per mano e fossi rimasta immobile e in silenzio a contemplare questo quadro con me, sarebbe stato meglio”. Lei, che mi conosce da una vita, sorrise divertita alla mia battuta e mi diede un buffetto pur sapendo che non scherzavo perchè sò (dal momento che la conosco da una vita ormai) che segretamente sapeva che avevo ragione.
      Tutto questo pippone si potrebbe sintetizzare dicendo che parlare del bello è un po’ come parlare del sesso (non quello patinato e pruriginoso del web o della TV, ma quello appassionato e innamorato di chi si vuole bene sul serio): un esercizio di stile manieristico quanto inutile.

      PS: ho speso oltre 200 parole per darti ragione… se non è ermenautico questo….

      PPS: mi sembra doveroso chiudere con i tuoi complimenti che so essere sinceri e profondi. Ti confesso che questo è uno dei post più “sentiti” che abbia scritto negli ultimi anni e percepire che sia riuscito a trasmettere qualcuna delle mie emozioni a chi lo ha letto mi ripaga di tante cose.
      Un abbraccio!

  3. Anch’io mi complimento con te, perché sei riuscito a penetrare perfettamente la psicologia del personaggio di Batman. Impresa ancor più meritevole se consideriamo che non hai mai letto i suoi fumetti, e quindi hai avuto molte meno occasioni per conoscerlo davvero rispetto ai suoi fan più affezionati.
    Del tuo post mi ha colpito anche il riferimento ad Alfred, perché una delle poche critiche che ho letto sul film era legata proprio al ruolo di questo personaggio, molto marginale a livello sia di minutaggio che di importanza all’interno della trama. E’ sicuramente una critica fondata, ma va tenuto di conto che se gli avessero dato più spazio il film sarebbe diventato ancora più lungo, e quindi si sarebbe rotto un giocattolo perfetto.
    Colgo l’occasione per dirti che la settimana scorsa ho visto un film del nostro beniamino Clint Eastwood. Un mio amico (il super fan di Anthony Hopkins di cui ti ho già parlato) mi ha telefonato apposta per dirmi di vederlo un’ora prima che lo trasmettessero in tv: come sempre mi ha dato un’ottima dritta, perché il film in questione (Potere assoluto) è davvero un ottimo thriller. Del resto, quando metti Clint Eastwood alla regia + Ed Harris e Gene Hackman nel cast è davvero difficile sbagliare. 🙂

    1. Effettivamente Alfred è poco poco presente tuttavia, essendo questo principalmente un thriller psicologico che scava dentro la testo del Cavaliere Oscuro, la figura del fidato maggiordomo avrebbe potuto arricchire ben poco, quindi ho condiviso la scelta di relegarlo sullo fondo.

      Riguardo Potere Assoluto: il film è bello e d’altronde con una cinquina di attori come Clint , Laura Linney, Ed Harris, Gene Hackman e Judy Davis (che tra oscar vinti e nomination mi sa che arrivamo in tripla cifra…) non poteva essere diversamente.
      Tra l’altro il film è tratto dal romanzo omonimo di David Baldacci, che lessi dopo aver visto il film con sommo godimento perchè Baldacci è un autore di thriller veramente eccellente. Della sua bibliografia mi permetto di consigliarti altri due stupendi romanzi: Il biglietto vincente e L’ultimo eroe (che tra l’altro qualche anno fa sarebbe stato perfetto per un Clint attore\regista, tant’è che ho lungamente sperato proprio in una sua trasposizione).

  4. E cos’altro potrei aggiungere io dopo tanti, veri e sentiti elogi? Ogni parola mi sembra inadeguata o ridondante per cui mi limito a sposare le meritate lodi di Silvia, Kasabake e WWayne!
    Post superbo, tanto che chiamarlo così è riduttivo, si tratta di un vero pezzo letterario da grande scrittore capace di incantare le folle dei suoi lettori!
    Grazie per l’ennesima lezione Lap! 🙂
    👏​👏​👏​👏​👏​

  5. Leggo solo ora questo post. Che dire… Da una parte ti ammiro sempre di più, mentre da una parte ti odio perché quando leggo un post del genere mi sento inutile perché non sarei in grado di scrivere di meglio. Complimenti davvero.

    1. Gramon sei troppo gentile: i tuoi post sono meravigliosi e non ti far mai condizionare dalle altre cose che leggi!!!

      PS: per caso hai preso i biglietti per la prossia tournè di Sprinsteen?

      1. Grazie mille per il complimento 🙂
        Sì, ho preso il biglietto per Monza, che è vicino casa mia. Avrei fatto un pensierino anche per Ferrara ma mi sono contenuto. Tu non ti accontenterai di una data sola, vero?

        Tra l’altro ho finalmente pubblicato la recensione di Western Stars. Mi ci son voluti tre anni ma alla ce l’ho fatta. Domani invece pubblico quella di Letter to you.

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